Voto

7

È inevitabile il richiamo a Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola per quanto riguarda la tematica di fondo – incentrata su cinque sorelle rimaste orfane in una Turchia conservatrice per loro troppo stretta –, ma anche e soprattutto per l’atmosfera: un’ambientazione quasi fiabesca che lascia presagire un’inquietudine di fondo, un senso di forte oppressione.

Il giardino di Mustang, a differenza di quello della Coppola che guardava agli anni ’70, è illuminato dal sole della Turchia dei giorni nostri: la regista Deniz Gamze Ergüven rappresenta in maniera semplice e diretta una realtà ingiusta e nei secoli immutata, scagliandosi contro la politica antifemminista dell’attuale presidente Erdogan.

La pellicola, preziosa gemma dalla forte carica emozionale, riesce a trasmettere le sensazioni di prigionia e di prevaricazione grazie a una accurata fotografia: dai campi lunghi che ritraggono immensi paesaggi l’inquadratura progressivamente si stringe su spazi sempre più claustrofobici e soffocanti, fino ad arrivare a primissimi piani che urlano silenziosamente rabbia, dolore, smania di riscatto.

Anche le musiche di Warren Ellis, essenziali e malinconiche, concorrono a trasmettere una vita che pian piano scivola via dalle dita e si disperde. Melodie che lasciano lo spettatore con un velo di tristezza e amarezza, ma riconoscente nei confronti di una nascente regista che, alle prese con il suo primo prodotto cinematografico, farà sicuramente parlare di sé.

Anna Magistrelli

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