Tra gli album che gli Ultravox hanno concepito dal 1977 al 2012, forse Quartet non sarà il più energico (perché Ha!-Ha!-Ha! è imbattibile, in questo senso), né il più atmosferico (visto che è probabilmente Rage in Eden a meritare il primato), né il più sperimentale (poiché sotto questo profilo Systems of Romance bagna il naso a tutti gli album prodotti dopo la “presa del potere” di Midge Ure). È legittimo però affermare che Quartet è il disco con la maggior densità di canzoni con la C maiuscola, ognuna provvista di un’identità delineata con precisione, grazie anche all’apporto dell’ex “quinto Beatle”, ossia il produttore (Sir) George Martin, il quale ha ridisegnato il sound degli Ultravox allontanandolo dall’oscura ossessività propria degli album prodotti dal teutonico Conny Plank.

L’operazione di Martin e del quartetto Ure-Currie-Cross-Cann consiste nell’ingentilimento dei timbri, e il brano di apertura, Reap The Wild Wind, è esemplare a tal proposito: il sintetizzatore che trascina l’inizio della canzone, scorrendo su un pianoforte tenue ma ostinato, è insolitamente mite e tremolante. Ma dietro la sua fragilità si nasconde un potere persuasivo non indifferente: cullato dalla leggerezza dei suoni, l’inconsapevole ascoltatore viene adescato da un ritornello sognante ma determinato ad agganciarsi all’orecchio. Per ridestare l’uditore trasognato, gli Ultravox congegnano una brillante corsetta di tastiere (di ogni tipo) che si chiama Serenade, facendola seguire – con astuzia terapeutica – a una serie di scariche elettriche che scandiscono il terzo brano, Mine for Life. La rombante chitarra di Midge Ure funge da pungiglione e avvisa l’ascoltatore di tener pronti i polmoni in previsione di un nuovo momento clou dell’album, Hymn, uno di quei pezzi che riescono a tirar fuori l’eroe (o il Faust) che c’è in ciascuno di noi… almeno fino a quando non finisce il fiato, e cioè presto, visto che il cantato di Ure si inerpica sempre più in alto senza perdere un grammo di regalità. 

Per compensazione, il frontman scozzese esplora le profondità della propria voce in un lentone seduttivo e levigato, Visions of Blue, che nella parte centrale si sgancia dal suolo come una mongolfiera con acuti degni di quelli della hit per eccellenza degli Ultravox, Vienna. Neanche il tempo per sospirare stregati che, per amor di varietà, tornano le distorsioni con il brano più severo del lotto, When The Scream Subsides, nel quale il synth di Billy Currie si sbizzarrisce zigzagando attorno alla chitarra cocciuta di Midge Ure, mentre la batteria di Warren Cann suggerisce una frenesia ineguagliata nell’album. 

Dopo il bastone arriva subito la carota, con un pezzo dall’andamento dinoccolato, We Came To Dance, costruito su interessanti contraddizioni: è frivolo ma creativo, spigoloso ma piacione. Insomma, riassume un po’ la produzione ultravoxiana dell’era Midge Ure. La stessa affascinante bipolarità viene resa ancor più esplicita dalla stravagante Cut and Run, costruita con l’alternanza di due blocchi contrastanti: uno marziale e implacabile, l’altro tenorile e leggiadro. Con un picchiettio di drum-machine simile a quello con cui l’album era cominciato, si presenta il brano conclusivo, The Song (We Go), ingiustamente misconosciuto: Warren Cann punisce i pad della batteria elettronica con energiche frustate, mettendosi in competizione col basso iperattivo di Chris Cross. Il protagonismo delle percussioni chiude all’insegna del dinamismo un album che si era aperto nel nome della dolcezza, ma gli Ultravox sono fatti così: prima ti blandiscono, e un attimo dopo ti bacchettano.

 

Andrea Lohengrin Meroni