Alle porte del nuovo millennio usciva un disco che avrebbe cambiato per sempre la storia della musica rock alternativa. Perché anche se non hai mai ascoltato Is This It, gli artisti che ami lo hanno consumato e riversato nell’indie rock degli anni Zero e Dieci. Sono pochi gli album che hanno esercitato una tale influenza sulla musica rock contemporanea, al di là e al di qua dell’Atlantico: i ritmi serrati, le chitarre schizofreniche e quell’energia a metà strada tra punk, garage e rockabilly entravano per sempre nelle tasche di ragazzi che, per imitare l’attitudine di Albert Hammond Jr., avrebbero comprato Converse e giubbotti di pelle di seconda mano.

Con un curioso tempismo rispetto all’Undici Settembre (lo stesso che avrebbe causato la censura di New York City Cops dalla tracklist americana), i The Strokes raccontano una Grande Mela agitata e controversa, le complessità delle relazioni e gli sfoghi delle notti nei locali underground. I difficili rapporti generazionali emergono tra le righe nella traccia d’apertura Is This It (“Dear, can’t you see? It’s them, it’s not me: we’re not enemies, we just disagree”), che mal cela il tentativo di abbassare i bpm per assomigliare a una ballata. Il consumo di droga è visto dagli occhi di Aldous Huxley in Soma (il suo romanzo “Il mondo nuovo” deve aver avuto una grande influenza su Casablancas), mentre Barely Legal racconta dell’attrazione per una ragazza appena arrivata all’età del consenso. Grazie all’approccio ironico e drammatico nell’affrontare le dinamiche giovanili, Is This It fotografa perfettamente una New York a cavallo tra i due secoli, nel pieno dell’evoluzione, incompresa e incapace di comprendersi a fondo (“And say people they don’t understand, girlfriends, they can’t understand […] On top of it, I ain’t ever gonna understand”, Last Nite).

Se Is This It ha davvero rappresentato un fulmine a ciel sereno, non è stato soltanto per il songwriting di Casablancas, nemmeno per lo street-style della band. Il sound grezzo e distorto del primo punk combinato con ritmiche da dancefloor è la chiave di lettura dell’album, il cui primo pregio è la semplicità. Le chitarre acide in costante dialogo con le parti di batteria, il gusto per semplici armonie rock e l’interpretazione vocale dinamica ed espressiva sono la ricetta per quello che sarebbe diventato l’indie rock del nuovo secolo, che degli anni Settanta conserva l’attitudine, per aggiungervi la dimensione sognante del britpop e una sfacciata voglia di ballare sul mondo.

Non c’è dubbio che, anche a distanza di quasi vent’anni dall’esordio dei The Strokes, la personalità di questo disco ne conservi l’attualità e la potenza evocativa. Non più tardi di due anni fa, la band che più ha cavalcato l’onda di Is This It sceglieva come prime liriche del disco “I just wanted to be one of The Strokes” (Arctic Monkeys, Star Treatment). Probabilmente nemmeno se lo immaginavano, Casablancas e soci, mentre registravano le tracce in uno scantinato poco illuminato di Manhattan, nei ritagli di tempo dei loro lavori part-time. Is This It ha spianato la strada al rock alternativo contemporaneo, coagulando influenze e ponendosi come nuova pietra miliare: le giacche di pelle sono tornate di moda.

Riccardo Colombo