Dopo essersi scrollati di dosso l’ardore punk e quella patina spessa di  feedback e distorsioni del loro album di debutto Psychocandy (un gioiellino uscito nel 1985), i Jesus and Mary Chain raggiungono “terre oscure” con la loro malinconia. In Darklands (1987), infatti, il cantante Jim Reid sfoggia la propria vena poetica plasmando liriche dense di atmosfere funeree fin dall’apertura del disco (l’omonimo brano Darklands), accompagnato da una dolceamara melodia pop: “I’m going to the Darklands, to talk in rhyme with my chaotic soul, as sure as life means nothing and all things end in nothing and heaven I think is too close to hell. I want to move, I want to go”.

Il disco affonda le radici nell’album precedente e, in particolare, nel brano Just Like Honey, descritto dalla rivista “Ondarock” come “Il capolavoro nel capolavoro”, “il manifesto di tutto un nuovo genere musicale, nonché una delle canzoni più belle di tutti gli anni Ottanta”. La traccia, capace di trasportare l’ascoltatore in universi eterei, dimostra che il sentimento del dolore può essere espresso non soltanto per mezzo di un involucro di rumorose dissonanze, ma anche con la dolcezza delle parole e soprattutto delle melodie, “proprio come il miele”.

Se, quindi, in Psychocandy i Jesus and Mary Chain avevano tentato di ribellarsi al “male di vivere” che li attanagliava, in Darklands resta soltanto il dolce sapore di una tormentata desolazione, dalla quale la band sembra trarre un perverso piacere (“And I’m sitting here warming to the coldness of the things that meet my eye”). Nel brano Deep One Perfect Morning, infatti, legittimo discendente della regina Just Like Honey, la melodica voce baritonale di Jim Reid si insinua in un sonoro connubio di luce e ombra: un’oscura linea di basso, una batteria dal ripetitivo ritmo penetrante e dolci note di chitarra che al termine delle parole “into my mind” esploderanno in tutta la loro benefica tristezza. Completamente diversa è la traccia Happy When It Rains, veicolo di un paradosso già intuibile dal titolo, in cui un’allegra melodia dance-pop accompagna le cupe parole di Reid. In Down On Me, invece, riecheggiano alleggerite le distorsioni di Psychocandy, qui dotate di uno strato melodico più denso ed evidente; mentre l’angosciosa Nine Million Rainy Days è scandita da ritmi lenti e affaticati, durante i quali Reid sussurra agonizzante il proprio dolore (“I have ached for you, I have nothing left to give, for you tu take. I have no more empty heart, or limbs to break”).

Darklands è sempre stato un album sottovalutato rispetto al precedente Psychocandy: si tratta semplicemente di modi diversi, ma ugualmente poetici, di trasporre il tormento in melodia. Frutto di un esperimento involontario ed esito dell’assimilazione della lezione dei Velvet Underground, dei Sex Pistols, dei Suicide, dei Joy Division, dei Doors e degli Smiths, Psychocandy rese i Jesus and Mary Chain i padrini dei due generi musicali che cambiarono le sorti dell’underground britannico: il noise pop e lo shoegaze. Ma non per questo Darklands è da meno: ammorbidendo il terreno già in parte spianato dal precedente album, è l’incarnazione della natura amara e dolce della malinconia. L’obiettivo del lavoro è chiaro: Jim Reid approda in “terre oscure” per esprimere “in rima” la propria “anima caotica” e i Jesus and Mary Chain acquisiscono maggior consapevolezza del proprio turbamento, traducendolo in soavi melodie.

Federica Romanò