I luoghi comuni sugli anni ’80, spesso definiti il decennio di decadenza della storia musicale del secolo scorso, vengono tuttavia riconsiderati grazie a band come i Tears For Fears, il duo composto da Roland Orzabal e Curt Smith che è stato una delle sorprese del decennio. Il loro secondo album, Songs From The Big Chair, rappresenta uno dei vertici delle influenze di quegli anni, tra new wave, new romantic e sperimentazioni varie. Otto tracce (tra cui due brani iconici come Shout e Everybody Wants To Rule The World) in cui la commistione tra synth, elettronica e rock raggiunge una struttura coesa, dove non mancano gli accenni al jazz e al funky, senza dimenticare l’importanza delle liriche, che affrontano problemi privati, intimi e sociali, in cui il frequente rimando all’infanzia prelude alla rinascita di una vita futura. L’apertura di Shout, tra battiti elettrici ed epica cavalleresca, è di quelle che si faranno ricordare nel corso degli anni, anche per il monito centrale del testo, quel “I’m talking to you!” (sto parlando con te!) che invita gli ascoltatori a prendere di petto la vita.

La poliedricità dell’album è subito dimostrata con il secondo pezzo, The Working Hour, una ballata sorretta da piano jazz e tastiere, dove il protagonista è il sax che fa da incipit della canzone e poi torna con un incantevole assolo; Everybody Wants To Rule The World è sicuramente il brano più conosciuto, pop rock che sa di “road song”. Se la melodia risulta quantomeno “classica”, il testo ci racconta un’accurata descrizione dei tempi, in cui il capitalismo sembra la nuova religione mondiale e la corsa al benessere è l’unica cosa che conta nell’illusione che ognuno possa governare il mondo, come da titolo. La vena funky del disco esplode tutta nel basso di Mothers Talks, altro pezzo che alimenterà le classifiche, mentre è con I belive (ballata con venature soul che risulta troppo statica), che si raggiunge il momento meno entusiasmante dell’album. Head over Heels è un altro degli apici di Songs from the big chair, dove il piano riprende il riff di Broken per costruire una splendida pop song, impreziosita dai numerosi suoni elettronici in sottofondo. Listen, brano quasi totalmente strumentale, chiude l’album trasportandoci in una dimensione quasi onirica in cui sono le tastiere a farci da guida. Ecco, se pensate che gli anni ’80 siano un decennio poco stimolante, ascoltate questo album.

Gabriel Carlevale