Nel 1972 nasce un album imperioso che rinnova profondamente il linguaggio della black music: Talking Book, di Stevie Wonder. Prima di questo disco innovazione e orecchiabilità non erano mai state così unite. L’allora ventiduenne Stevie Wonder, un giovanissimo cantautore, polistrumentista e compositore già nel periodo più florido della sua carriera musicale , si svincola presto dalla nota etichetta Motown con la quale aveva firmato e, libero da rigide strutture stilistiche e con in tasca una grande consapevolezza circa il proprio potenziale artistico, dà forza alle proprie intuizioni melodiche con un disco molto versatile, capace di ospitare generi differenti tra loro.

Talking Book, oltre a nascere dall’estro di Wonder, è impreziosito da una moltitudine di contributi sonori tra cui quelli dei virtuosi chitarristi Ray Parker e Jeff Beck, dei sassofonisti Trevor Laurence e Dave Sanborne e dei coristi Gloria Barley, Jim Gilstrap e Lani Groves. L’ex enfant prodige della Motown dimostra con una manciata di tracce una padronanza straordinaria della musica e degli strumenti che sceglie di usare.

L’album precedente a Talking Book, Music of My Mind (1972) era stato come un esercizio tecnico, ma dalla resa eccessivamente statica. Talking Book, al contrario, giustappone sonorità tra loro complementari che insieme vibrano di una luminosità dinamica e decisamente inedita. I brani si incontrano con naturelezza, creando dialoghi poliglotti scanditi da un groove audace, che fanno convivere il funky con il soul, il rock, l’R&B e il jazz.

Mali della società e Teneri discorsi d’amore danno vita a una scrittura mai contorta e sempre intrisa di emotività. Tuesday Heartbreak e I Believe (When I Fall in Love It Will Be Forever) illustrano con delicatezza la concezione del puro amore (“Come on, let’s fall in love/I wanna be with you till the daytime comes”), dell’amore perduto e sofferto in Blame it on the Sun (“Has my love gone?/How can I go on?”) e in Maybe Your Baby (“I’m feelin’ down and some kind of lonely/ Heart’s blazing like a five alarm fire”).

Big Brother si staglia poi tra i brani con un piglio molto più critico dal punto di vista lirico: è infatti un attacco aggressivo al cinismo dei politici che assecondano le classi inferiori solo per saziare la fame di consensi. You’ve Got It Bad Girl è una delle canzoni più armoniosamente complesse del disco: sebbene infatti già in età adolescenziale, Stevie Wonder aveva mostrato al mondo di avere un’innata sensibilità armonica, l’ascoltatore medio dell’artista non riesce a contenere lo stupore di fronte alle elaborate sequenze di accordi, agli intrecci contrappuntistici e al suo modo di bilanciare le melodie e di dosare i synth.

Il disco contiene due tra i più grandi successi della carriera di Stevie Wonder, che durante la cerimonia dei Grammy Awards del 1974 fecero vincere all’artista ben tre premi, You Are the Sunshine of My Life e Superstition. Superstition è un inno al funk, un pezzo travolgente che combina in maniera impeccabile l’immortale sassofono dell’artista, i riff di tromba e le note di Clavinet, uno strumento che diventa come una seconda voce per l’artista.

Superstition diventa storico perché in questo brano Wonder intercetta, anticipando i tempi, quella tendenza disco-music che poi verso la fine degli anni Settanta era destinata a inondare le piste da ballo di tutto il mondo. You Are the Sunshine of My Life ha un’accecante armonia soulful che già a partire dall’ouverture, in cui il tessuto vocale si snoda da una magistrale fusione delle voci di James Gilstrap e di Lani Groves. Talking Book è letteralmente un libro che parla, che racconta l’umore scostante di Stevie Wonder e che sfata qualsiasi pregiudizio di genere e soprattutto quel “mito anni Settanta” secondo cui gli artisti R&B non avrebbero mai trovato spazio tra il culto diffuso e dominante del dio-rock.

Non è un caso che l’incredibile successo di Stevie Wonder sia stato celebrato e aumentato esponenzialmente anche da un grandioso tour tra gli Stati Uniti e Canada, che lo ha portato a condividere il palco con una delle band che hanno fatto la storia della musica come i Rolling Stones.

Deborah Cavanna