Aprite il programma di missaggio disponibile gratuitamente nei vostri cervelli. Fatto? Ora mettete in sequenza qualche centinaio di rintocchi secchi e inarrestabili. Semplice fin qui. Adesso collocate strategicamente una serie di ordini in stile “professoressa di ginnastica esaltata”. Fatto? Ora fateli seguire da coretti ansimanti, come se le istruzioni della professoressa di ginnastica venissero eseguite tempestivamente, ma con immane fatica. Ci siete? Vi manca solo di piazzare un turbinio di archi sintetici e un costante mugugnare di bassi. Ah, e aggiungete giusto qualche intervento di fiati fintissimi. Niente di più semplice, vero?

Solo un maestro delle stratificazioni eccentriche come il produttore Trevor Horn avrebbe potuto dare una confezione così intricata e sontuosa al brano incipitario di Slave To The Rhythm, Jones The Rhythm. Jones è proprio lei, l’indistruttibile Grace, che con questo suo settimo album, risalente al 1985, partoriva la sua creatura più sofisticata.

Una melodia e il suo testo – quelli della title-track – vengono scomposti in tutte le loro componenti più minute e riproposti nelle vesti più disparate, a cominciare dalla già descritta opening-track. Jones The Rhythm è la vetta di un genere inesistente, ma che dovrebbe assolutamente esistere (per far fare un po’ di moto ai languidi fan delle sonorità synth-pop) e che potrebbe chiamarsi Symphonic Fitness, in nome degli svolazzi di archi abbinati alle incitazioni della ginnasta pop Grace: “Never stop the action! / Keep it up, keep it up!”.

Quando le pulsazioni della drum-machine rallentano e gli allievi della Professoressa Jones crollano al suolo esanimi, di fronte ai loro occhi vitrei parte una serie di visioni colorate ad andatura da passeggio. Gli ascoltatori rotolano giù dal tappeto di gomma della palestra e si ritrovano nel crocevia pop dell’arte contemporanea, dove hanno luogo sfolgoranti ammucchiate tra moda, fotografia, design, videomaking e, ovviamente, musica. Il corpo dell’album è imbastito, infatti, di sfilate in cui sonagli sintetici simulano il moto dell’hula hoop (The Fashion Show e The Crossing) e di vere e proprie letture sul cangiante tappeto sonoro prodotto da Trevor Horn, che con la sua fantasia riesce ad evitare l’effetto “musica da ascensore”.

The Frog And The Princess è un brano saggistico: la voce scura e snob dell’attore Ian McShane recita un passaggio saliente dell’autobiografia dell’artista visivo ed ex-fidanzato della Jones, Jean-Paul Goude, che è anche l’autore della celeberrima copertina di Slave To The RhythmLa voce di McShane dice, a nome di Goude: “I had this idea of using Grace as the ideal veichle for my work. She had inspired me”. Grace non è solo la musa né il motore immobile di artisti che le creano attorno completi sado-primitivi o sofisticate basi atmosferiche: è lei stessa il succitato crocevia pop dell’arte contemporanea, l’Accademia vivente dove convergono – assetati di bellezza e di sapere – fotografi, stilisti e produttori musicali. È la capobanda che – come accade nella title-track dell’album, tanto rifinita quanto possente – detta il passo, con voce imperiosa, alla schiera di artisti che se ne lasciano ispirare e che contribuiscono a decorarla in base alle loro competenze.

La chiusura di questa mostra monografica che la Monarca Illuminata della musica dance si è auto-dedicata è affidata a Ladies And Gentlemen: Miss Grace Jones, un brano volubile ma incessantemente attraente; esso riassume il repertorio della Signorina Jones, un’insegnante che ruggisce e che blandisce, che striglia e che carezza, e che da sempre sa scegliersi gli alunni/collaboratori migliori.

Andrea Lohengrin Meroni