Senza troppo clamore sui social, il 6 maggio 2016 usciva Konnichiwa di Skepta, il quarto album del rapper britannico che, al pari di Stormzy, nel giro di pochi mesi ha portato il grime a una sorta di Brexit inversa: è uscito dai confini del Regno Unito ed è arrivato non solo in Europa ma anche oltreoceano, dove un artista come Drake l’ha reso subito una tendenza, riprendendone stilemi e sonorità.

A differenza del rapper canadese però, Skepta ha scelto la strada della realness a ogni costo, e Konnichiwa è il manifesto di questo pensiero: “Them man are stylin, that’s not me/Them man are swaggin, that’s not me” annuncia in That’s Not Me, brano creato con JME, suo fratello e producer. Tracce fittissime di barre e tappeti upbeat assecondano il flow travolgente di Skepta, che sceglie accuratamente i bersagli dei suoi testi, attaccando i simboli del potere fin dalla opening track (“Tell the President we ain’t forgot/Tell the Prime Minister we still remember/Man don’t care what colour or gender/Nobody’s votin’ for your corrupted agenda”), ovvero le istituzioni e tutto ciò che si crogiola nell’apparenza, come mette in chiaro nel video di Shutdown, girato presso il Barbican Centre di Londra.

Autoproclamandosi sovrano di quella scena che per molto era rimasta priva di un leader con cui tutti dovevano confrontarsi (“It’s the return of the mack/I’m still alive just like 2Pac”), Skepta dà prova di essere tutt’altro che refrattario alle sperimentazioni, tanto che in Numbers coinvolge Pharrell in una produzione dai toni funk, che dona un accento diverso all’album senza snaturarlo. Konnichiwa costituisce le radici di Skepta, aprendo le porte dell’Italia a un genere di cui la grande maggioranza degli ascoltatori rap ignorava la presenza.

Matteo Squillace