Nascosto nella ricca discografia della band britannica, per molto tempo oscurato dai colossi che lo precedono e seguono sulla linea del tempo, ma impossibile da dimenticare per le orecchie più raffinate: Amnesiac è la gemma sepolta di Thom Yorke e compagni. Il quinto album in studio dei Radiohead, pubblicato a inizio giugno 2001, è stato a lungo screditato come semplice collezione di B-sides del precedente e “ground-breaking” album Kid A (uscito soltanto otto mesi prima, nell’ottobre 2000), di gran lunga preferito dai fan e dalla critica per la sua organicità e per la portata rivoluzionaria che avrebbe da lì in poi segnato il percorso elettronico e sperimentale della band nel Ventunesimo secolo.

Gran parte dei materiali di Amnesiac, fatta eccezione per la chiusura Life in a Glass House, provengono tuttavia dalla stessa sessione di registrazioni di Kid A: concepite come un’unica collezione di brani, le tracce sono state poi riunite non senza difficoltà nelle tracklist dei due dischi gemelli, dando vita a una tensione insolubile nel dialogo fra i due. Sarà anche meno organico, avanguardistico e rivoluzionario nei suoni rispetto al gemello Kid A, ma Amnesiac risulta più eclettico: elettronica, ballate al pianoforte, alienate interpretazioni del big-band jazz e molto altro si alternano imprevedibilmente, creando una costante dinamica di tensione e rilascio lungo le undici tracce. Nutrito dagli esperimenti ed evoluzioni nel sound della band, l’inedito approccio a vecchi schemi di scrittura offre in Amnesiac una quantità di sfumature diverse, visibili da subito dal contrasto fra la traccia di apertura Packt Like Sardines in a Crushd Tin Box e la geniale Pyramid Song. Elettronica e in stile Kid A la prima, la cui ritmica insistente sposa l’ossessiva linea “I’m a reasonable man, get off my case, get off my case”, Pyramid Song è invece una ballata, magnetica e atipica, di pianoforte e archi arrangiati in un’atmosfera eterea che racconta la circolarità degli eventi (“And we all went to heaven in a little row boat, there was nothing to fear and nothing to doubt”). In questa direzione va anche You and Whose Army?, ispirata all’Apocalisse nel climax sonoro e nelle liriche (“We ride tonight ghost horses”), mentre Pulk/Pull Revolving Doors riproduce meccaniche sonorità elettronico-industriali, in quattro minuti di spirituale inquietudine.

Il disco rivela tutto il suo valore in quei momenti di sovrapposizione tra la matrice anni Novanta e la spinta avanguardista: nel miscuglio ritmico di I Might Be Wrong, nella strumentale dormiveglia di Hunting Bears, ma soprattutto nelle due tracce conclusive emerge tutta la personalità del sound eclettico di Amnesiac. Like Spinning Plates è un crescendo di rumori ed epici accordi orchestrali, in cui il lamento vocale di Yorke si carica di un’intensità rara nei momenti di apice (“And this just feels like spinning plates, my body is floating down the muddy river”), mentre Life in a Glass House è la vera perla del disco. Riuscendo a rivisitare le movenze del big-band jazz anni Venti in una veste tutta nuova, la band crea in questo brano un’atmosfera distopica che genera un effetto quasi tragico nell’elegia cantata da Yorke. Il ritornello è di rara intensità: “Well, of course I’d like to sit around and chat, well, of course I’d like to stay and chew the fat, only only only… if someone’s listening in”. Il racconto dei temi della memoria, della comunicazione con gli altri e dell’alienazione disumana della vita in città (l’artwork del disco rappresenta un Minotauro piangente, descritto dall’artista Stanley Donwood: “taking the train to London, getting lost and taking notes”) emergono come estratti dalla realtà e posti in un orizzonte distopico. Il risultato è una sensazione di alienazione che è in parte speculare in parte esplicativa di quella generata dal disco gemello Kid A: se precedentemente il disorientamento era dato dal cambio di direzione sonora, drastico e non sempre dai semplici riferimenti, in Amnesiac la sensazione di smarrimento prende il sopravvento proprio perché il sound anni Novanta viene inerito in un contesto del tutto stravolto.

L’operazione compiuta dai Radiohead in Amnesiac non merita di rimanere oscurata dalla grandezza di Kid A: troppo semplicisticamente la personalità di questo disco è stata ridotta spesso a contorno insipido del piatto forte. Tra interpretazioni misteriose, canzoni senza tempo e soluzioni di scrittura di livello, Amnesiac rappresenta uno dei lavori più distintivi e unici nella discografia di Yorke, Greenwood e compagni. Il compromesso fra innovazione e passato offerto in queste tracce si rivela, a quasi vent’anni di distanza, a tratti ancor più coinvolgente dell’avanguardismo radicale del disco gemello. Un diamante grezzo, che chiede soltanto di essere estratto.

Riccardo Colombo