Nel 1990 i Pet Shop Boys conseguirono il diploma di maturità con Behaviour, il loro album “medio” (ma niente affatto mediocre, anzi!). Si tratta di un LP a mezz’asta, colorato con mezze tinte e cantato a mezza voce, eppure inventivo e meritevole di contenere una delle promesse più audaci del duo sintetico: “‘Cause we were never being boring / We were never being bored” recita il ritornello della letteraria Being Boring. Proprio per non annoiare – e, di conseguenza, non essere annoiati – tre anni dopo i Pet Shop Boys colsero di sorpresa il pubblico cannoneggiandolo con un petardo arancione (come il colore della copertina), cioè Very, un punto drasticamente esclamativo dopo i puntini di sospensione del sottile Behaviour.

Deliziosamente immune alla fisima di essere elegante a tutti i costi, Very è una caramella effervescente ripiena di coloranti e di conservanti, che già al primo morso sprigiona piccole e inoffensive esplosioni di frizzantezza. Il primo brano, Can You Forgive Her?, dimostra nel concreto quali siano le componenti chimiche che innescano queste esplosioni: boati di orchestre finte attivati con implacabili ditate sul sintetizzatore, drum machine iperattive e sequenziatori spiraleggianti.

Sua Nasalità Neil Tennant racconta – con tono asprigno ma divertito – le beghe di un uomo gay alle prese con l’astio di una moglie insoddisfatta, descritta come un’arpia che deride il consorte poco mascolino “Because you dance to disco and you don’t like rock”. Con questo verso Tennant (che dichiarerà la propria omosessualità in corrispondenza con la pubblicazione dell’album) invita il suo pubblico a un coming out ambivalente, musicale e affettivo al contempo: “Non c’è derisione che tenga, i gusti son gusti e i guilty pleasures non esistono”, sembra dire. Su queste basi, l’ascoltatore deve abbandonare ogni tetraggine e lasciarsi viziare dallo scoppiettare incalzante e frivolo delle tracce (sul podio del disimpegno I Wouldn’t Normally Do This Kind Of Thing, A Different Point Of View, One And One Make Five e One In A Million), prodotti dallo scienziato Stephen Hague, il quale riesce a far sì che una gioiosità prodotta in laboratorio riesca a commutarsi in gaudio effettivo per l’ascoltatore.

Ma nel cuore dell’album c’è molto altro rispetto ai vari concentrati di esuberanza forzata. Le emozioni miste di brani come Dreaming Of A Queen, Liberation, The Theatre e Yesterday When I Was Mad sono collocate strategicamente per evitare che la caramellosità dell’insieme raggiunga i livelli di guardia; la perplessità sognante del primo di questi, il risveglio pigro e meravigliato del secondo, l’aria di burrasca del terzo e gli sdoppiamenti di personalità del quarto (scisso tra cambi di ritmo precipitosi) aggiungono quel quantum di concettosità che aiuta il critico insicuro a riconoscere che quel che luccica è effettivamente oro.

La conclusiva Go West, cover della marcetta dei Village People, veleggia rilassata e fiera verso l’emisfero del trash. I baritonali coretti, abbinati agli strilli dei gabbiani, flirtano col ridicolo senza ritegno, ma – anche in questo caso – non c’è derisione che tenga. Go West è perfettamente intonato all’indole di un album votato a mandare al diavolo le mezze misure, e che – data la sua vocazione – meriterebbe di chiamarsi Super molto più del recente album dei mai-noiosi Pet Shop Boys.

Andrea Lohengrin Meroni