Succede spesso di a valutare qualcosa in base a quello che ne deriva: Robert Smith, Jeff Buckley, Beck, Chris Isaak, Bill Callhan, Elliott Smith e Ryley Walker sono solo alcuni degli autori dell’ultimo trentennio ispirati da Nick Drake, che effettivamente, di grandi opere, ne ha create molte.Un dato particolare questo, perché, ai tempi, l’autore di Tanworth-in-Arden passò per lo più inosservato, soprattutto se si pensa al fatto che i suoi tre album, sommati insieme, non arrivarono a vendere nemmeno cinquemila copie. Ma questa è solo l’ennesima storia sulla discordia fama/talento.

In poco più di tre album, Nick Drake lasciò un’eredità difficile da replicare, fatta di liriche sognanti e senza tempo, arrangiamenti molto più vicini all’opera barocca di Bach che alla musica del ‘900 e, soprattutto, realizzata su e attraverso un sentimento condiviso, quello di sospensione terrena che mai aveva coinvolto e affascinato in modo così netto.

Bryter Layter è la seconda opera dell’artista, uno di quegli album per cui vale la pena vivere, come direbbe Woody Allen. È anche quello più jazz, quello con un brio maggiore rapportato agli altri dischi firmati di Nick Drake. Al contempo, lascia presagire qualcosa di oscuro, già a partire dal titolo: una storpiatura in tipico stile inglese cockney (ne sa qualcosa Anthony Burgess e il suo A Clockwork Orange) che fa il verso alle “schiarite, più tardi” delle previsioni meteo. I Fairport Convention aiutarono Nick Drake a realizzare l’album come accade per il precedente Five Leaves Left; a loro, per poche incisioni, si aggiunse John Cale che volle a tutti i costi collaborare con quell’artista geniale e tanto straordinario quanto misterioso e disincantato.

Hazey Jane II, At the Chime of a City Clock, One of These Things First e soprattutto Fly e Northern Sky danno luce a un’opera irripetibile. Più o meno quarantacinque anni fa, Nick Drake passò una notte insonne, leggendo Il Mito di Sisifo accompagnato dai Concerti Brandeburghesi. Quella volta, al contrario di tante altre nottate passate insonni, non scese in cucina per mangiare latte e cereali contemplando le stelle. Il lungo addio passò in maniera silenziosa, com’era stata la sua vita. L’immortalità iniziò esattamente da quel momento.

Gabriel Carlevale