Il novecento musicale ha dimostrato spesso che dalle ceneri si può risorgere e la storia sembra essere sempre più vera quando si parla di rock. Una storia piena di autori precipitati e poi rialzatisi: il nome di Marianne Faithfull, tra questi, è uno dei più interessanti da raccontare. La fine della Swinging London, gli amori tormentati, alcolismo, anoressia e totale dipendenza dalle droghe sembrano una serie di insostenibili macigni da portare avanti, fino a che, sul finire degli anni ’70, quando l’artista londinese ha poco più di trent’anni, un lampo si accende sulla sua vita. Broken English, che esce nel 1979 – e conta tra i musicisti in studio collaborazioni con Barry Reynolds e soprattutto Steve Winwood – unisce tormenti, paranoie e la sua disperazione dell’ultimo decennio sotto una veste rock sempre più aperta alla new wave e accompagnata da psichedelia e rimandi reggae, già a partire dall’omonima titletrack: un’ipnotica linea di basso, sintetizzatori dai suoni spaziali e la voce glaciale di Faithfull.

Witches’ Song, a seguire, si muove su direzione opposta, abbracciando ritmi folk su chitarra acustica e aprendosi a parole di speranza che scorrono come immagini, situazione che si ripete nel blues di Brain Drain, che vede la collaborazione di Tim Hardin. Sensi di colpa, allusioni a storie passate e voglia di riprendere in mano la propria vita brillano sulle tastiere della meravigliosa Guilt, che apre la strada al brano più iconico dell’album, The Ballad of Lucy Jordan: elettronica al massimo del suo splendore, voce impeccabile e il racconto delle frustrazioni di una donna al culmine della sopportazione. What’s The Hurry, con il suo ritmo incalzante tra echi disco e chitarre è l’incipit perfetto per un finale da sogno: se Working Class Hero è un compendio di come andrebbero realizzate le cover, con il suo tono minaccioso e spettrale squarciato da chitarre che sembrano lame e una carica emotiva che sembra dar ancor maggior peso alle parole, Why’d Ya Do It è uno dei manifesti di legittimazione e libertà femminile più spregiudicato della storia musicale, che grida vendetta verso un imperdonabile amante a cui dedicare le parole più volgari e gli epiteti più diretti come l’indimenticabile “Every time I see your dick I see her cunt in my bed”, il tutto sublimato da un infuocato punk che si contamina in maniera straordinaria di reggae e funk.

Broken English rappresenta l’apogeo musicale di Marianne Faithfull (a partire dalla meravigliosa copertina), la testimonianza in musica di come si possano vivere mille vite, cadere, rialzarsi e concepire una pietra miliare che non soffre lo scorrere del tempo.

Gabriel Carlevale