Se si scorre a ritroso il feed del profilo Instagram di Lil Peep fino alla data della sua morte, avvenuta il 15 novembre 2017, si può risalire a due post in particolare: uno piuttosto eloquente con cui anticipava ciò che sarebbe successo di lì a poche ore; e un altro nel quale Peep parlava della sua incapacità di soddisfare le aspettative che gravavano su di lui e quelle che lui stesso riponeva nel personaggio che aveva costruito ma che iniziava a soffocarlo, scrivendo “Non permetto alle persone di aiutarmi anche se ho bisogno di aiuto”. Il tour che Peep non riuscì mai a terminare è figlio del successo di Hellboy, il lavoro che più di tutti ci avvicina all’intero spettro di emozioni che Gustav Elijah Ahr ha saputo mettere all’interno delle sue canzoni, sfruttando una finestra temporale troppo breve.

Completamente autoprodotto con il solo ausilio di un laptop e pubblicato nel settembre del 2016 su SoundCloud, Hellboy mostra le sfumature e le fragilità di un artista che ha saputo tradurre in musica momenti di incoscienza, rimpianto e anche amore, come dimostra worlds away. In quello che è uno dei brani più toccanti del mixtape Peep lascia trasparire tutta la sua vulnerabilità, oltre che la sua capacità di scrittura: il testo è una discesa senza freni nei sentimenti, con la fotografia di uno stato d’animo che in pochissime parole rimbalza davanti all’ascoltatore (“Feels like we’re a world away/But we in the same room, be my girl today at least/She don’t even know my name/But she look me in the eyes like she know my pain, that’s me”). La litania di girls e i riff della dolorosa the last thing i wanna do (“Blood drips down, falls from my hand/You never bled for me”) sono l’accompagnamento giusto per arrivare alla chiusura di walk away as the door slam, un brano di commiato e puro rage love che mostra tutte le contraddizioni che nascono e finiscono con Lil Peep. Anche il titolo scelto, Hellboy, non è casuale, e a spiegarlo anni dopo l’uscita fu Smokeasac, produttore e amico di Peep: “Molte persone lo avrebbero giudicato non capendo i suoi testi, i suoi tatuaggi e il modo in cui appariva, quando in realtà voleva solo aiutarle con la sua musica”.

Matteo Squillace