È il luglio del 1976. Dopo aver visto un concerto dei Buzzcocks e dei Sex Pistols, Bernard Sumner, Peter Hook e Terry Manson decidono di formare una band. All’inizio del 1977 il trio viene contattato da Ian Curtis, un giovane cantante dalla personalità romantica e sensibile che presto diventerà l’emblema moderno dello spleen e del decadentismo. Nel luglio dello stesso anno, sotto la guida di Terry Manson – che diventa manager del gruppo –, la band raggiunge la formazione definitiva con Ian Curtis alla voce, Steven Morris alla batteria, Peter Hook al basso e Bernard Sumner a chitarra e tastiere. Nel gennaio del 1978, dopo aver registrato un EP ed essersi esibiti in diversi concerti, decidono, seguendo un’idea di Curtis, di dare al gruppo il nome Joy Division, espressione con cui venivano chiamate le donne prigioniere nei lager nazisti che erano costrette a prostituirsi per gli ufficiali tedeschi. È la fine del 1978 quando, dopo un live, Curtis viene per la prima volta colpito da una crisi epilettica, il grande male con cui dovrà convivere e che caratterizzerà la sua personalità.

Esce nel luglio del 1979 l’album di debutto della band Unknown Pleasures, che si presenta con l’iconica copertina nera e un grafico delle prime cento pulsazioni provenienti dalla prima stella di neutroni scoperta; il disco decretò il successo dei Joy Division, che li porterà a ottenere il favore della critica e a diventare una delle pietre miliari della storia della musica andando a ricoprire un ruolo importante nella nascita della new wave e del post-punk.

© Nationaal Archief

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Unknown Pleasures è un prodotto semplice ma curato e misurato, che unisce il suono e l’attitudine nichilista del punk con una timida propensione verso l’elettronica e la sempre più spiccata inclinazione dark. Closer, con una sessione ritmica claustrofobica, porta immediatamente l’ascoltatore dentro l’universo dei Joy Divison; Day of the Lords, incorniciata da una chitarra ruvida, si abbandona a un ritmo più lento e magnetico capace di catturare l’ascoltatore con toni sempre più profondi che, tingendosi di oscurità, aprono la strada a Candidate, brano strutturato su una linea di basso ossessivo e ipnotico sul quale si appoggia la voce effettata di Curtis, che sembra quasi arrivare da un altro mondo. Insight, invece, è segnata dal protagonismo della chitarra di Sumner, contraddistinta da un suono acido e tagliente che accompagna anche i riff di New Dawn Fades. I ritmi ossessivi tornano in She’s Lost Control, mentre in Shadowplay il basso diventa distorto e la chitarra riesce ad aggiungere un tocco melodico. Se Wilderness si allontana dalle atmosfere cupe e tenebrose, Interzone, la traccia più punk e nichilista dell’album, apre invece la strada a I Remember Nothing, il brano di chiusura che con il suo basso riporta l’ascoltatore tra i suoni scuri e claustrofobici d’apertura.

Sebbene il lavoro dei Joy Divison sia contraddistinto da un suono grezzo, da linee melodiche semplici e da ritmi che si alternano tra tempi dilatati e incalzanti, il susseguirsi delle tracce diventa un viaggio dantesco dentro la psiche di Ian Curtis, che mette in contatto l’ascoltatore con tutti i demoni, i tormenti e le angosce più profonde dell’artista: la sua personalità non è altro che il bandolo della matassa attorno al quale si intreccia tutto l’immaginario cupo e disturbante del gruppo. In questo senso, i Joy Divison sono da sempre l’emblema del fatto che a rendere grande una band non basti il virtuosismo musicale, ma sia necessaria un’urgenza comunicativa. E la forza di Unknown Pleasures è data proprio dalla perfetta simbiosi di musiche cupe e testi introspettivi nati dal disagio, dalle crisi esistenziali, dalla solitudine e dalla disperazione di Ian Curtis, che poco tempo dopo, a soli 23 anni, cadrà vittima della sua stessa depressione e si suiciderà alla vigilia del tour statunitense.

Eleonora Orrù