Campane a lutto. È questa l’apertura del primo album solista di John Lennon. I Beatles hanno appena detto basta. Lennon, sempre più distante e intimamente legato a Yoko Ono – tanto  che iniziarono a firmarsi come “JohnandYoko” –, si sottopone alla Primal therapy dello psichiatra americano Arthur Janov. In questo contesto esce Plastic Ono Band, un album straordinario, testimone della situazione che l’ex Beatle sta vivendo. “Mother you had me, but i never had you” (Mother) è il primo disperato ricordo della sua infanzia turbolenta, costellata di abbandoni e rifiuti, ma ormai è troppo tardi per tornare indietro e ricominciare tutto da capo: “Mama don’t go, Daddy come home” urla nel finale, con la voce rotta dal dolore.

Poi è il turno della consolatoria Hold On: “Hold on John, It’s gonna be alright, You gonna win the fight”. Ripete gli stessi per Yoko Ono, invitandola a restare uniti contro il mondo, perché “When you’re by yourself, you just have yourself”. Dalla tenerezza Lennon vira subito verso la rabbia: I Found Out è una critica infuocata contro religione, istituzioni, movimenti hippie e radicali. Un mood che torna in Working Class Hero, uno dei pezzi più celebri del disco. Il brano è una graffiante ballata polemica – che nello stile ricorda vagamente Bob Dylan – premonitrice del ruolo politico che Lennon rivestirà negli anni successivi.

“If you want to be a hero well just follow me” è un invito alla ribellione, potente come pochi. Isolation è un’altra canzone sofferta, in cui Lennon espone le idee pacifiste condivise con Yoko Ono e descrive le proprie insicurezze e remore verso il mondo e le persone che lo circondano. La penultima strofa, “I don’t expect you to understand […] your just a human, a victim of the insane”, sembra dedicata a qualcuno in particolare, e molti hanno pensato a Paul McCartney.

C’è spazio anche per brani più ottimisti, come Well Well Well, che parla del piacere sessuale sfrenato, e Look at Me che, per poetica e melodia, sarebbe potuta essere un b-side di Julia e Remember. Non manca il romanticismo, suggellato nella delicata e sognante Love: “ Love is you, you and me, love is knowing  we can be” (L’amore sei tu, tu ed io, l’amore è poter essere noi stessi). God, penultima traccia dell’album, è la più forte di tutte: “God is a concept by which we measure our pain” è una dichiarazione di totale sfiducia verso il mondo.

Sfiducia che si concretizza nell’elenco delle cose a cui John non crede più: “I don’t believe in Bible, i don’t believe in magic, i don’t believe in Hitler, i don’t believe in Jesus, i don’t believe in Elvis[idolo di un’infanzia smarrita, ndr], i don’t believe in Zimmermann [Bob Dylan, ndr]. I don’t believe in Beatles.” . Lennon prende il passato e lo getta via, ripudiandolo: “ Dream is over, what can I say?”. “ I was the walrus[quello della nota canzone dei Beatles, ndr], but now i’m John”. Così com’era iniziato, l’album si chiude con una canzone per la madre Julia: My Mummy’s Dead, che venne registrata da Lennon in versione casalinga, sfruttando un normale registratore e accompagnandosi con la chitarra.

Plastic Ono Band è un disco rappresentativo della personalità di John Lennon, che vive di continui cambiamenti tonali e personali. È un viaggio dentro le parti più nascoste dell’animo di un grande artista, e guida ognuno di noi a scavare un po’ di più dentro di sé.

Gabriel Carlevale