La critica vuole un concept album? Allora noi le daremo la madre di tutti i concept album, e lo faremo veramente bombastico e al di là di ogni cosa”. Era il 1972, e la mente dei Jethro Tull Ian Anderson si rivolgeva così alla critica che aveva etichettato Acqualung, il suo precedente lavoro (1971), come un album progressive.

Erano passati pochi anni dall’epica svolta dei King Crimson e del loro In the Court of the Crimson King, col quale avevano spalancato le porte sul meraviglioso mondo del progressive, mentre gruppi come Yes e Pink Floyd avevano già iniziato a sperimentare in tale direzione, con gli ottimi risultati che in seguito si manifestarono. I Jethro Tull erano di fatto un gruppo che pescava ancora a piene mani dal blues e dalle tradizioni folk, aggiungendo stile grazie alla genialità del loro frontman. Proprio perché Acqualung non era assolutamente stato inteso dall’autore come un concept album, né tanto meno come un’opera progressive, nacque l’idea di creare un album al contrario estremamente concept e progressive, ma inteso come una parodia del genere stesso: venne così alla luce Thick as a Brick.

L’album è costituito da un’unica monolitica canzone di quasi 45 minuti, con una sola pausa necessaria per girare il vinile. Il testo si basa sull’opera poetica di un fantomatico bambino prodigio inventato da Anderson, Gerald Bostock. Per tutte le 8 macro-sezioni in cui può essere suddivisa la suite, si succedono una moltitudine di stili, tempi e temi che spaziano dal tecnicismo alla melodia familiare e semplice, quasi natalizia. Degni di nota sono gli inserimenti di strumenti atipici come il liuto, lo xilofono, l’arpicordo e l’immancabile flauto traverso, che è forse la vera guida dell’ascoltatore lungo il viaggio tra i mondi e gli scenari evocati dalla canzone.

Perché comporre una mastodontica traccia unica quando sarebbe più logico, o forse più semplice, spezzarla in varie parti? È qui che risiedono il genio e l’abilità del compositore: solo un’opera così ben strutturata, nonostante la lunghezza, riesce a catturare la mente dell’ascoltatore e a fargli apprezzare ogni passaggio senza mai annoiarlo o suscitare in lui la fatidica domanda: “Ma quando finisce?”. Quindi, voi gente stufa di Spotify e delle sue interruzioni, o anche voi intenditori che già siete esperti del settore prog delle origini, prendetevi un’oretta per immergervi in questo capolavoro e lasciarvi trasportare da flauto, chitarra e organetto: Thick as a Brick è l’ennesima prova che la qualità è meglio della quantità.

Leonardo Fumagalli