Risale al 25 maggio l’omicidio di George Floyd da parte delle forze dell’ordine, una brutale ingiustizia che ha indignato il mondo riaccendendo ovunque proteste contro il razzismo e la violenza della polizia. Mentre le manifestazioni dilagano nelle città, si fa forte la necessità di approfondire la storia del razzismo e di avvicinarsi alla cultura afroamericana attraverso il genere musicale che più ha saputo farsi portavoce dei problemi dell’America nera: l’hip-hop. In particolare, il gangsta rap che fin dalle sue origini si è dimostrato socialmente impegnato nell’affrontare questioni legate alla marginalità dei ghetti. Difatti, la dimensione gangsta si è fatta espressione di un’appartenenza culturale e sociale fondata sulla capacità delle comunità afroamericane di ridefinire i simboli di rappresentanza del ghetto e di riscattare la propria condizione di subalternità e sottomissione.

Nel giugno del 1996 viene pubblicato l’album di debutto di Jay-Z, Reasonable Doubt, un progetto che ha rafforzato il sentimento di appartenenza e riscatto di queste comunità. La mafia dei film hollywoodiani, le cui famiglie accantonano i principi condivisi della società per attenersi a una moralità privata di lealtà e vendetta, diventa il riflesso delle ribollenti passioni dei gangsta rapper. In Reasonable Doubt le immagini gangsta rese cinematografiche permeano in ogni traccia. Il disco si apre addirittura con una gag in cui Jay-Z e i compagni imitano la spavalderia cubana di Tony Montana in Scarface, film citato anche nell’intro del videoclip di Ain’t No Nigga (Feat. Foxy Brown). Sono proprio i videoclip a supportare e a diffondere l’immaginario lussuoso ed elegante creato dai protagonisti della East Coast, tra cui lo stesso Jay-Z che nell’outro di Dead Presidents II è immerso in nuvole di fumo, circondato da mazzette di denaro e sorseggia in compagnia calici di Cristal.

Reasonable Doubt nasce come un disco fortemente calato nei meandri dell’hip-hop delle bande di strada, ma riesce comunque a raggiungere una consapevolezza musicale, soprattutto lirica, che gli permette di scalare le classifiche e diventare uno dei migliori album dell’hip-hop rinascimentale newyorkese, nonché tra i lavori più amati di Jay-Z dagli appassionati del genere. L’accoglienza critica e di pubblico è però tarda: il disco è lontano dal rap finanziato dalle case discografiche ed è facilmente criticabile per il suo approccio materialistico. Infatti, riceve il platino sei anni dopo l’uscita. D’altronde, si tratta di un colpo di genio che racconta con onestà disarmante, umorismo e una buona dose di rimpianto le esperienze criminali e di strada di un boss della droga che, ormai ventiseienne, vede il denaro come unico conforto. Il cappello a tesa larga che nasconde gli occhi, il completo chic e il sigaro della copertina dell’album si rivelano, dunque, costose protezioni di garza utili a coprire le ferite di un corpo devastato. Nell’album Jay-Z riconosce certamente la sua avidità e la sua ossessione per i piaceri materiali, però in una delle tracce più oscure dell’album, D’evils, svela l’inganno dell’apparenza e chiude il verso rappando: “Shit is wicked on these mean streets”. Sono canzoni come questa, autentica e accattivante, che danno spessore all’album e lo rendono un classico.

L’uscita del disco rappresenta per Jay-Z un momento sacrale di presa di coscienza (“Time waits for no man, can’t turn back the hands once it’s too late, gotta learn to live with regrets”), depersonalizzazione (“I know You’ve been havin’ a lot of problems with the law/ But I know you innocent, and I’m behind you 100%”) e infine rinascita (“Mad Wednesday’s, Ruby King, DJ Ace, Dang Dash Roc-A-Fella Records, we all behind you, you can come back anytime”). Tuttavia, per sostenere una tale necessità di affrancamento serve una produzione di supporto matura ed essenziale, che i diversi beatmaker coinvolti nella produzione dell’album (da Ski a DJ Premier) hanno saputo dargli. Reasonable Doubt esplora un piccolo sottoinsieme di suoni, specialmente nella prima e più forte metà dell’album, composti in sequenze ritmiche nitidissime ottenute grazie a pochi strumenti: batteria, basso e tastiera. La produzione crea nel complesso un’estetica sfaccettata ancorata alla tradizione dell’East Coast hip hop: numerosi sample, sonorità jazz (Feelin ‘It e Bring It On), motivi più funk (Ain’t No Nigga) e beat rap piuttosto crudi, su cui Jay-Z costruisce delle metriche ingegnose di altissimo livello. Il piacere lirico si distende dentro il flow conversazionale, setoso e indifferentemente disinvolto dell’artista, sia nelle tracce più introspettive sia in quelle più esuberanti.

Infine, non si può non citare la terza traccia della tracklist, Brooklyn’s Finest, una battaglia competitiva, anche se amichevole, tra Jay-Z e The Notorious B.I.G. dove le abilità reciproche si proiettano a nuove altezze e rendono il pezzo così fluido da essere interpretato da molti come un passaggio di testimone. Un anno dopo, infatti, il più grande MC della East Coast sarebbe morto assassinato da quattro colpi di pistola. Erede o meno di B.I.G, Jay-Z ha saputo costruire abilmente la propria eredità: una carriera musicale che ha alle spalle dieci anni di vita dedicati allo spaccio che hanno influenzato un classico intramontabile come Reasonable Doubt.

Deborah Cavanna