Sono pochi gli autori che hanno saputo rivoluzionare la musica del Novecento, e uno di questi è Scott Walker, scomparso poco più di un mese da. Dal successo con i Walker Brothers ai suoi capolavori numerati (senza dimenticare l’avanguardia sonora delle ultime quattro opere), l’artista nato statunitense e consacrato britannico ha saputo adattare alla sua meravigliosa voce baritona uno stile musicale ricco e personale, raccogliendo gli echi della tradizione europea per poi puntare alla sua controparte più cupa e sperimentale.

Scott 4, secondo album realizzato in quel 1969 passato alla storia, rimane il lavoro definitivo di Walker, che per la prima volta realizza un album di soli brani originali, spiazzando il mondo in poco più di 30 minuti: il cantautorato pop orchestrale di matrice americana, diviso tra romanticismo e cavalleria epica, accoglie la voce di Walker e insieme partono per un viaggio un po’ alla Frank Sinatra e un po’ alla Burt Bacharach, riscrivendo i canoni del crooning moderno. The Seventh Seal, che si rifà al capolavoro bergmaniano, è seguito dalla struggente estasi poetica di On Your Own Again, che vale da sola l’album; e poi Boy Child, che volteggia tra archi alla Debussy che anticipano l’ambient degli anni a venire (vero, Brian Eno?). The Old Man’s Back Again riecheggia nei suoi cori le cavalcate epiche staliniste, che si stagliano su un testo criptico, dal linguaggio barocco e dai riferimenti corrosivi, e si arroga la fama di brano più conosciuto dell’album.

Se è vero che la musica non passa mai di moda, Scott 4 resta una delle sue gemme più lucenti.

Gabriel Carlevale