“Andai a casa di George, Friar Park, che aveva appena comprato e lui mi disse “ho qualche canzoncina da farti sentire”. Non finivano mai! Aveva centinaia di canzoni. Era una migliore dell’altra. Era emozionato quando me le fece sentire. Credo non le avesse fatte sentire a nessuno.”. Potrebbe bastare questo pensiero del compianto Phil Spector tratto da Living in the Material World di Scorsese per raccontare un album che non ha bisogno di presentazioni: All Things Must Pass esce nel novembre del 1970, non troppo tempo dopo lo scioglimento dei “Fab Four“. Costantemente dietro l’ombra di Lennon e McCartney e logorato da una convivenza ormai piena di schermaglie e recriminazioni, è questa l’opportunità per Harrison di raccontare il suo mondo interiore.

Durante le registrazioni di Instant Karma negli studi della EMI incontra Phil Spector, e dopo gli inviti di quest’ultimo a seguire i suoi ex compagni impegnati nel debutto solista, entra in studio di registrazione. Stimata tra sette/otto settimane, la produzione dell’album durò sei mesi data la natura ultra perfezionista di Harrison. Eric Clapton, Billy Preston, Ringo Starr, Phil Collins, Delaney & Bonnie sono solo alcuni dei musicisti che contribuirono alla realizzazione dell’album. La fascinazione per l’induismo, che Harrison ormai aveva introiettato dai numerosi viaggi in India e l’amicizia con Ravi Shankar, le radici folk arricchite dalle frequentazioni con Dylan e l’ammirazione per il rock corale della Band, il gospel e la musica nera della Motown sono solo alcune delle influenze che permeano l’album, oltre il famoso “Wall of Sound” di Spector, che qui raggiunge il suo apice nel suo schema con due percussioni, due batterie, quattro o cinque chitarre, due bassi, pianoforti, arrangiamenti orchestrali e cori.

Si passa così dal folk intimista di I’d Have You Anytime, che vede la collaborazione di Dylan al pop-rock di What is Life, un must da seguire per tutte le future hit del tempo, fino a Wah-Wah, scritta da Harrison dopo una difficile giornata in studio nel 1969 e primo brano registrato per l’album su uno schema binario tra chitarra acustica e piano, per chiudere poi il triplo LP con una Jam strumentale a cinque brani. Harrison è in pace con se stesso, e la ricerca di un Dio viene fuori in forma diverse eppure sempre a lui riconducibile: in questa visione, la continua ripetizione dei Mantra è un’invocazione a cercarsi in un disegno più grande e sfuggire anche dai “falsi profeti” e dalla imposizioni, come in Awaiting On You All, in cui lo stesso autore invita a una relazione diretta con il Signore senza passare per intercessione di alcuna organizzazione religiosa, criticando apertamente il Papa (“While the Pope owns 51% of General Motors/And the stock exchange is the only thing he’s qualified to quote us”).

Al momento di scegliere un singolo per il lancio, Spector propose My Sweet Lord, nonostante chiunque sconsigliasse di farlo. Registrato in dodici ore, inizialmente costruita su sei armonie (poi realizzata in due parti), il brano è ad oggi il più famoso della produzione di Harrison, grazie a una struttura acustica di soave bellezza inframezzata dallo slide che stava iniziando ad usare in quel periodo e rappresenta, in maniera completa, lo spirito dell’album, con i suoi continui richiami ripetuti da Hare Kṛṣṇa e Hallelujah. My Sweet Lord raggiunse il primo posto in classifica, trascinando il disco verso il successo. Poco meno di un anno dopo, George Harrison fu l’organizzatore del Concerto per il Bangladesh, padre di tutti i futuri eventi musicali in favore di causa umanitarie e ambientali. Cinquant’anni dopo, All Thing Must Pass rimane una pietra miliare del ‘900 e del futuro avvenire.

Gabriel Carlevale