Era il 1981 quando Franco Battiato cantava il brano che di lì a poco sarebbe stato utilizzato come un vero e proprio slogan: Bandiera bianca. In diretta su Rai Tre, la sua voce risuonava attraverso un megafono come un grido di protesta contro i malcostumi della società contemporanea e gli abusi di potere, in risposta al vuoto critico di quel decennio. Il brano uscì nel disco La voce del padrone, che superò il traguardo del milione di copie vendute in Italia e confermò la fama dell’artista siciliano.

La voce del padrone è un lavoro visionario, che apre nuovi, trasversali scenari musicali e raggiunge il nirvana di un percorso iniziato con il precedente Patriots. Un’opera all’avanguardia che traccia piste aperte a immaginari musicali sconfinati: punk, elettronica, rock progressivo, new wave, pop, persino linee classiche si fondono a creare un non-genere. Il leitmotiv dell’album è senz’altro il groove incalzante che si insinua anche nei brani più sinfonici e conferisce a La voce del padrone un’apparenza cool di facile fruibilità. D’altronde, siamo di fronte a un personaggio camaleontico che sa adattarsi al mercato musicale senza mai rinunciare alla propria identità artistica.

I testi de sono il risultato di un intreccio di citazioni di alto e basso livello, provenienti da letteratura, musica, storia, politica, filosofia e religione: dai Minima moralia di Adorno (che in Bandiera bianca si trasforma in “Immoralia”) ai Figli delle stelle di Alan Sorrenti, dal “Cantami o diva” a Il mondo è grigio, Il mondo è blu di Nicola Di Bari. Il titolo richiama la teorizzazione esoterica di Gurdjeff, secondo cui il “padrone” è uno dei corpi costitutivi dell’uomo, e dovremmo imparare ad ascoltarlo per soddisfare quel “Bisogno di una propria evoluzione, sganciata dalle regole comuni, da questa falsa personalità” (Segnali di Vita). Personalità intesa come quel binomio personalità-essenza definito dal filosofo greco-armeno che soffoca l’uomo quando la prima prevale sulla seconda. “Ti accorgi di come vola bassa la mia mente? È colpa dei pensieri associativi se non riesco a stare adesso qui”: in Segnali di Vita Battiato anticipa la riflessione sul tempo e sullo spazio che verrà nei lavori a seguire. Alcuni testi, letti oggi, appaiono come profetici e, a distanza di quarant’anni, riecheggiano quasi come delle facezie. L’ironia e l’autoironia con cui Battiato colora i suoi brani crea atmosfere dissacranti, che nella loro sfrontatezza si fregiano di eleganza e singolarità.

Tradizione e sperimentazione si incontrano e dilagano lungo tutta la tracklist a partire dalla prima traccia, Summer On A Solitary Beach – visione cinematografica di una fuga immaginaria verso un paradiso terrestre –, nella quale anche la melodia viene travolta da quel senso di spensieratezza che connota la spiaggia tropicale e si trasforma in una ritmica pop easy listening. Atmosfere più idilliache ne Gli Uccelli, dove le linee armoniche si proiettano verso il cielo percorrendo le medesime traiettorie del volo dinamico degli animali protagonisti del brano, una sorta di trasposizione in suoni dell’opera futurista Volo di rondini di Giacomo Balla. L’apparente nonsense di Cuccurucucù viene contraddetto dal suo forte citazionismo musicale secondo un effetto domino in cui le citazioni scivolano l’una sopra l’altra (tra queste, il Cuccurucucù Paloma, canzone omonima di Tomas Mendez, il successo di Mina, Le mille bolle blu, e infine l’omaggio a Bob Dylan con Like a Rolling Stone).

Il tempo di Cuccurucucù è tenuto dal battito di un’inedita TR-808 Roland, che torna nel capolavoro del disco, Centro di Gravità Permanente, nel quale il clap di mani è irrefrenabile: attrae il corpo e lo fa muovere al ritmo di un canto esoterico di un intellettualismo che però suona orecchiabile e piace. Centro Di Gravità Permanente, è un’altra riflessione sarcastica sulla contemporaneità, riprende il pilastro portante della filosofia di Gurdjieff circa la ricerca perpetua dell’uomo del proprio equilibrio interiore. Il concept del brano viene trascinato da un ritmo vorticoso, scandito dal canto isterico dell’artista. Chiude l’album la sofisticata e sensuale Sentimiento Nuevo, un inno all’amore carnale nobilitato dalla presenza di musicisti di spessore come Alberto Radius e Giusto Pio, maestro della precisione e dell’equilibrio melodico che compie un lavoro di arrangiamento impeccabile. La particolarità dell’album è l’organicità con cui strumenti musicali molto differenti fra loro (vibrafono, organo Hammond, sezioni di archi, sintetizzatore e sequencer) vengono orchestrati con semplicità.

La voce del padrone raccoglie “semplicemente” le tendenze musicali del periodo e le unisce in un collage di hit memorabili: un flusso di coscienza che si fa voce collettiva dell’Italia degli anni ‘80. La potenza de La voce del padrone risiede in uno sguardo visionario e avanguardista, che trova nel citazionismo raffinato e nel racconto per immagini il valore ultimo dell’arte di Battiato.

Deborah Cavanna