Nel 1998, davanti al pubblico del teatro Brancaccio, Fabrizio De André raccontava: “Quando scrissi La buona novella era il 1969. Si era quindi in piena lotta studentesca e le persone meno attente […] considerarono quel disco come anacronistico. […] Non avevano capito che La Buona Novella voleva essere un’allegoria – era una allegoria – che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e istanze, da un punto di vista spirituale, sicuramente più elevate ma da un punto di vista etico sociale direi molto simili, che un signore 1969 anni prima avava fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali. Si chiamava Gesù di Nazaret e secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi”. Queste parole riassumono le intenzioni del cantautore genovese nel momento della scrittura di quello che è stato, forse, il suo migliore album.

L’ultimo biennio degli anni ’60 in Italia è stato un periodo tormentato, macchiato dalla violenza dei movimenti studenteschi e anarchici. In modo quasi ironico e ossimorico, fu proprio un ateo a portare un po’ di umanità in quella confusione, scegliendo di raccontare la storia di Gesù di Nazareth con un approccio che solo il suo genio e la sua poesia hanno saputo rendere più che mai attuale e universale.

Per la composizione dei testi de La Buona Novella De André si basò sui vangeli apocrifi, testi non riconosciuti dalla Chiesa, in particolare il protovangelo di Giacomo e i vangeli Arabi. La storia raccontata nel disco mostra persone come noi, svestite di ogni tipo di sacralità, ma non per questo private del loro decoro, più evidente che mai. Per narrare questa vicenda squisitamente umana De André accompagna la sua fedele chitarra acustica con suoni arabeggianti e sognanti per i primi brani, incentrati sulla difficile infanzia di Maria, che culminano con l’Ave Maria, brano in cui viene celebrata la donna in quanto portatrice della vita. Con la traccia seguente, Maria nella bottega di un falegname, invece, una brusca rottura di atmosfera e cronologia porta lo spettatore direttamente al momento della morte di Cristo.

L’apice del climax dell’album viene raggiunto con Testamento di Tito: il ladrone, crocifisso di fianco a Dimaco e Gesù, racconta la sua vita e il suo pensiero in relazione ai dieci comandamenti, come li ha infranti e, a modo suo, rispettati. La poesia del testo e l’azzeccato accompagnamento strumentale fanno immedesimare chiunque nel ladrone: nonostante abbia rubato, commesso impurità e non si sia addolorato per la morte del padre né per aver causato consapevolmente dolore agli altri, Tito, davanti a Gesù morente, diventa capace di provare compassione, e comprende il senso della fratellanza e della contrizione.

La Buona Novella varca i confini del mero album musicale: è un viaggio, un percorso di vita e pensiero aperto a tutti, credenti e non, perché, come afferma lo stesso Faber, un signore di duemila anni fa ha lottato contro gli abusi dei potenti e ha restituito umanità e dignità a tutti, e quel signore è nostro fratello. È impossibile restare indifferenti per la seppur breve durata dell’album; la poesia di De André accompagna l’ascoltatore per tutta la narrazione, fino all’epilogo riassuntivo del ladrone Tito: “Io nel vedere quest’uomo che muore, madre, io provo dolore; nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore”.

Leonardo Fumagalli