Presley, il chitarrista Scotty Moore e il bassista Bill Black stavano improvvisando su “That’s All Right” di Arthur Crudup, quando il produttore Sam Phillips li fermò e chiese: “Che state combinando?” “Non lo sappiamo”, risposero. Sam Phillis disse loro di “fare marcia indietro e riattaccare da capo” – Rolling Stone

Era il 5 luglio 1954. Un giovane e acerbo Elvis faceva il suo ingresso in una modesta casa discografica, la Sun Records di Memphis. Al suo fianco, quelli che sarebbero diventati i Blue Moon Boys. Dopo ore di vana improvvisazione, davanti allo sconforto e alla disillusione del produttore, Presley giocò la sua ultima carta: “La conoscete questa?”. Impugnò la chitarra e interpretò il brano del bluesman Crudup caratterizzandolo secondo lo stile e la mimica che l’avrebbero reso celebre nel giro di pochi anni. La reazione di Phillips cambiò per sempre la storia della musica: “No, non la conosco, ma con questa ci faccio un disco”. Presley venne scritturato dalla Sun e fino al 1955 vi incise le sue più intramontabili gemme. Così, inconsapevolmente, Elvis Aaron Presley uscì dallo studio indossando la corona di Re del rock e diede vita alla più grande rivoluzione artistica nella storia dell’uomo moderno.

Sunrise è una generosa raccolta di tracce registrate proprio in quella saletta nel Tenessee: tra versioni inedite di brani già celebri, informali performance live e qualche sequenza contenente scambi di battute tra i membri della session, il disco permette di sbirciare dal buco della serratura per rubare genuini attimi di intimità. Questa gracchiante testimonianza di un’alba eterna, poliedrica e multiforme sembra voler far dimenticare quanto amaro sia stato il declino dell’artista, e forse ci riesce, perché ancora oggi, sessant’anni dopo, quella del Re viene percepita come una voce fuori dal coro, delicata e frenetica, motore di un’intensa rivoluzione a cui, con ogni probabilità, avremmo voluto partecipare anche noi.

Giulia Tagliabue