“Deve essere difficile fare il Re” diceva il giovane Forrest Gump in una scena del film cult di Zemeckis. Forse bastano poche parole come queste per definire la parabola terrena del ragazzo di Tupelo: l’ascesa improvvisa, il dominio sul mondo, il militare, i film terribili da cui non può sfuggire, il rilancio del Comeback Special datato 1968, Las Vegas, l’incontro con Nixon, Aloha From Hawaii e poi il buio.

Tante vite diverse in una sola, come non era mai successo prima. È nel bel mezzo di quegli anni tempestosi che Elvis riesce a sorprendere tutti: cinque giorni a Nashville lontano da tutti per realizzare il suo album più inconsueto. Elvis Country è ovviamente un ritorno alle radici americane, a partire dalla copertina che lo ritrae negli anni dell’infanzia. Abbandonati i fidati Scotty Moore e D.J. Fontana, le dodici tracce dell’album riportano in auge folk, country e bluegrass, donando nuovamente vita a brani dimenticati o cambiandone la direzione (quanti riconoscerebbero Whole Lotta Shakin’ Goin’ On in una versione diversa da Jerry Lee Lewis?).

C’è una ritrovata passione a tratti inaspettata: non solo il bel canto che si rifà ai trascorsi del gospel, ma la capacità di unire dinamica e intensità in maniera perfetta, in particolar modo nei brani che si rifanno alla tradizione evangelica sempre cara a Elvis, da Tomorrow Never Comes a Funny (How Time Slips Away). Guidata dalla chitarra di James Burton, la sezione ritmica è magistrale, impreziosita dalle trame gospel continuamente invocate, dove non mancano archi e corni a donare un suono più candido e, per alcuni tratti, giocoso alla struttura dei brani.

Quando Elvis Country viene rilasciato, il Re ha trentacinque anni. L’età dell’oro sembra lontana un secolo, e anche se il talento è immutato, qualcosa è andato via per sempre. Non passerà molto dall’addio, ma non bisogna disperare: per citare un altro film, “Elvis non è morto, è solo tornato a casa”.

Gabriel Carlevale