L’augurio più grande che si possa fare ai neofiti di Elliott Smith è che questi restino folgorati dalla sua musica come successe a Gus Van Sant che, dopo aver ascoltato in fila tutti gli album del genio di Omaha, decisa di utilizzarli per la colonna sonora di Good Will Hunting.

Quando in un 21 ottobre di 16 anni fa decise di lasciarci improvvisamente, su alcuni giornali di Portland, Smith fu eletto ricordato come il Lennon degli anni ’90 e, sebbene il paragone possa essere non perfettamente centrato, gli appassionati musicali non potranno mai essere così distanti da quel giudizio. Nei sei album pubblicati (di cui uno postumo), il talento di Smith appare unico e cristallino, lontano da qualsiasi etichetta, in continua crescita senza tradire mai le sue origini.

Either/Or, in questa visione, è il lavoro che più di tutti chiude il cerchio della sua musica: cantautorato americano che si rispecchia in quello mitteleuropeo, testi evocativi e disarmanti, strutture che strizzano l’orecchio al pop “colto” in chiave lo-fi, brani indimenticabili come Say Yes, Angeles e Between the Bars. Ma nessuna parola, anche ben scritta e dettagliata, potrebbe spiegare un disco del genere come l’esperienza stessa dell’ascolto, struggente e malinconico, pronto a sorprendere ogni volta, come del resto tutta l’intera discografia.

Quando, vestito di bianco, Elliott Smith apparve sul palco degli Oscar del 13 marzo 1998, dotato solo di chitarra e voce, completamente spaesato, come non sapesse dove fosse, tutti lo scambiarono per un angelo caduto sulla Terra. Forse, lo era davvero.

Gabriel Carlevale