I Deerhunter sono degli abili assemblatori e Microcastle (il loro capolavoro del 2008) lo ha ampiamente dimostrato.

Già in Cryptograms, uscito nel 2007, il gruppo aveva messo in pratica la lezione appresa, quasi alla perfezione, da numerose band noise-pop e alternative rock. Tra queste figurano, come vette mai più raggiunte e orizzonti esplorabili soltanto da lontano, i The Jesus and Mary Chain (padrini del noise-pop, nonchè precursori dello shoegaze come i My Bloody Valentine), a loro volta ispirati dalle distorsioni e dai feedback dei Velvet Underground. Le atmosfere sognanti dei Deerhunter, inoltre, ricordano le dimensioni rarefatte degli Slowdive, degli Spacemen 3 e degli Spiritualized.

I Deerhunter, però, non si limitano all’incontro delle melodie pop con le dissonanze sonore e, talvolta, con l’eco lontana della voce disturbata dai riverberi, come se provenisse da uno spazio altro, indefinito: vanno oltre e creano atmosfere delicate e stimolanti, tipiche dell’ambient (soprattutto in Microcastle e Calvary Scars).

Perfetto per accompagnare il tedio domenicale e – paradossalmente – anche per alleviarlo, Microcastle somiglia al sogno di un piacevole viaggio verso mondi altri. I brani Green Jacket e Activa sembrano addirittura condurci, dolcemente, verso l’ultima tappa per antonomasia: l’Aldilà.

Cover Me (Slowly) – la intro – è un breve ma intenso assaggio del suggestivo itinerario intrapreso dalla band: partendo dai suoni dreamy e dalle distorsioni ipnotiche alla Halcyon Digest (2010), i Deerhunter giungono fino all’imperare dello shoegaze e del noise-pop nella sublime Never Stops, per poi chiudere in bellezza con accenni di garage rock (in pezzi come Nothing Ever Happened, Saved By Old Times e Twilight At Carbon Lake).

Microcastle venne generalmente accolto con entusiasmo dalla critica. Ma ciò che davvero permise ai Deerhunter di raggiungere il più che meritato successo fu la capacità di Microcastle di infiltrarsi, indisturbato, nei cuori di molti ascoltatori.

Federica Romanò

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