“So i look in your direction but you pay me no attention, do you?” (Shiver). Inizia con un interrogativo il primo lavoro dei Coldplay. Durante la prima estate degli anni zero, i quattro ragazzi di Londra – autori al tempo di qualche breve EP – decidono di fare il grande salto, pubblicando il primo album di inediti Parachutes: nasce così un lavoro eterogeneo, che si discosta dal brit-pop di Oasis e Blur e che si abbraccia a sonorità lo-fi, vicine alla musica indipendente del tempo, prendendo come ispirazione i Radiohead di OK computer, e richiamando le venature pop di Beatles e XTC.

Shiver è il singolo che anticipa l’album, raccontando in maniera molto intima l’amore non ricambiato e tutte le difficoltà che comporta: un leitmotiv, questo, che si ripete durante l’ascolto dell’album. Ma è con Yellow, che la band raggiunge la fama: una sezione di accordi acustici, leggeri, armonici, improvvisamente scossi da una scarica elettrica. Un video girato senza tagli, con il solo Chris Martin che attraversa una spiaggia che, lentamente, dalle luci della notte si apre al giorno. E infine un testo sognante, delicato e ancora oggi avvolto dal mistero, con l’inciso “Look at the stars, look how they shine for you” che, vent’anni dopo, resta uno dei più famosi della recente storia musicale. Si passa poi a brani come Everything’s Not Lost, la meravigliosa Trouble, aperta da un riff di piano che torna ciclicamente in tutto il brano mentre Martin racconta i tentativi del protagonista del brano di chiedere scusa per tutte le insicurezze provate, fino a Sparks, We Never Change e Don’t Panic, altro brano celebre dell’album e ultimo singolo rilasciato.

Riconosciuto come uno degli album più iconici degli anni duemila, Parachutes rappresenta il punto più alto raggiunto dai Coldplay.

Gabriel Carlevale