Dodici anni fa usciva il terzo album da solista di Cesare Cremonini, seguito allo sciogliemento dei Lunapop nel 2002: con Il primo bacio sulla Luna – prodotto da Walter Mameli – l’artista ha fatto emergere un interessante dualismo che parla di sé, iniziando a dominare la scena musicale italiana con la poesia e la narrazione dei suoi testi.

Ma Cremonini, oltre alle parole, lascia spazio anche a interludi strumentali spesso condensati nelle intro delle tracce, composti da assoli di piano, basso o fisarmonica: una delle scelte che parlano di un bisogno di lasciarsi andare e di andare oltre qualsiasi spartito, teoria musicale o schema metrico. A nutrire i brani di questo disco sono per lo più contenuti autobiografici o profondamente personali che l’artista elabora, con la sua tipica vocalità vibrante, creando diapositive paragonabili a flussi proiettati in una dimensione spaziale al confine tra la realtà e la fantasia. Molti dei pezzi riflettono con una ricorrenza quasi schematica sull’autenticità delle emozioni dell’artista, dichiarando l’emergenza di abolire ogni forma di stereotipo o di cliché sulla sua persona ”ma in fondo io sto bene qua, trovando in quel che sono un po’ di libertà” ne Il Pagliaccio. Solitudine, fragilità o passione amorosa. L’artista tocca diverse tematiche, ma tutte della stessa matrice: la natura umana e l’inevitabilità del caso.

L’artista li affronta richiamando spesso il concetto di fatalità della vita, alla quale si aggrappa per riflettere sull’importanza di quello che poi sembra contare davvero per sentirsi umanamente completi: l’accettazione e il costante desiderio di scoprire sé stessi.

Giulia Di Martino