Nessuno poteva immaginare quanto, da lì a poco quelle otto tracce che compongono Paranoid, registrate nel 1970 in soli cinque giorni, avrebbero rivoluzionato un intero genere musicale e influenzato la scena musicale dell’epoca. Se i magnifici ’70s furono certamente una decade d’oro, la realizzazione di otto classici concentrate in un solo disco è stata comunque un’impresa straordinaria, specialmente trattandosi di un genere, il doom metal, ancora sconosciuto a molti fuori dagli ambienti underground.

Paranoid, che deve il titolo allo stress psicologico costante a cui era sottoposta la società dell’epoca a causa della recente guerra in Vietnam, risultò un vero e proprio role model per le band che da quel momento in poi si sarebbero approcciate all’heavy metal. Quel genocidio efferato e insensato che si sta consumando dall’altra parte del globo non può infatti lasciare impassibile un artista degli anni ’70, che sia impegnato oppure no.

Il sound non era più cristallino, aulico e celestiale, ma “sporco”: e oltre all’orizzonte sonoro, anche quello immaginativo è plumbeo; l’aura estetica della band accentua le atmosfere lugubri e scure evocate dal disco: elementi in pelle, croci e borchie e la pervasività del colore nero.

Paranoid, con le sue iconiche War Pigs, la title track Paranoid, o l’ipnotica preghiera Planet Caravan, sono un’altra possibile risposta britannica al clima di tensione sociale e politica dominante, ben diverso dagli inni di protesta di Beatles e Rolling Stones e dai bed in della coppia Yoko/Lennon, ma dalla portata altrettanto monumentale.

Asja Castelli