Voto

7.5

È il 24 agosto 1984: due studenti di veterinaria portano a segno una grandiosa rapina al museo antropologico di Città del Messico, trafugando 140 opere. Alonso Ruizpalacios ripercorre il fatto di cronaca per raccontare l’incredibile storia di Juan (Gael Garcìa Bernal) e Benjamin (Leonardo Ortizgris) – i nomi sono fittizi –, due studenti scapestrati e senza futuro che, senza rendersi davvero conto di cosa stessero facendo, finiscono in una faccenda scottante, ben più grande di loro.

La narrazione segue l’evolversi del rapporto tra i due ragazzi e della loro presa di coscienza, facendosi carico dello smarrimento delle generazioni d’oggi: il furto viene organizzato quasi per gioco, con il vago obiettivo di mettere in tasca una buona somma di denaro e cambiare radicalmente le loro vite. I due si rendono conto di aver commesso un grave errore troppo tardi, quando ormai non possono più tornare indietro e non gli resta che arrivare fino in fondo, lanciandosi in una road story farsesca, tra colpi di scena, pericoli e mille peripezie. Per quanto imbranati e e spaventati, l’obiettivo è uno solo: piazzare la refurtiva. Si cala alla perfezione nel ruolo Gael Garcìa Bernal, che presta il volto a un personaggio caleidoscopico e tormentato, allo stesso tempo sbruffone e timido, sicuro di sé e immaturo. È lui il vero orditore del colpo, mentre Benjamin è il classico amico di sempre, ingenuo, timoroso e poco sveglio, che lo segue ciecamente, un po’ per fiducia, un po’ per noia.  

Lo stile di Ruizpalacios, giovane cineasta che si è già portato a casa un Orso d’oro nel 2014 con Güeros, predilige una regia nervosa, spaesata e spaesante, che ricorre spesso alla camera a mano e studia inquadrature sporche, che trasmettono in modo immediato lo stato d’animo dei personaggi, arrivando dritto all’emotività dello spettatore. La macchina da presa si lascia suggestionare dall’estetica dei manufatti antropologici, li osserva affascinata e li accarezza con un timore quasi reverenziale. Non sono solo la refurtiva dei due protagonisti, rubata e messa in un sacco, ma sono indispensabili oggetti di scena, inseriti in contesti incredibili, dove maschere di giada e gioielli aztechi perdono la loro aura sacrale e modificano il loro statuto, in qualche modo riacquistando la loro essenza originale di oggetti di uso comune – memorabile e commovente il momento in cui dei bambini li usano per giocare con la sabbia.

Museo non è solo il racconto variopinto di un furto epico ed eccentrico: è in prima battuta la testimonianza delle difficoltà che i giovani d’oggi – un po’ come la refurtiva – incontrano nel trovare il loro posto nel mondo, raccontate con tutta quella dose tragicomica che fa parte della realtà di tutti i giorni. 

Ambrogio Arienti

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