Voto

7

Parafrasando un detto rugbystico, si potrebbe dire: “fango e infamia”. Sono questi gli ingredienti con cui la regista Dee Reese compone un intenso dramma famigliare candidato a quattro Oscar.

Nel sud segregazionista dell’immediato dopoguerra, bianchi e neri sono impantanati nelle campagne del Mississippi, nella vana speranza che il cotone fiorisca imbiancando la desolazione che circonda le loro case. Una storia di due famiglie che Reese racconta adottando un punto di vista onnisciente, senza assumere una posizione nei confronti dei personaggi ma dando voce a ciascuno di loro tramite degli “a parte” quasi teatrali e l’uso del voice over che ne tratteggia l’umanità. Ingabbiati in una provincia che reitera meccanicamente atteggiamenti e mentalità, sono tutti vittime di una trappola da cui non si può fuggire, come la regia si cura di sottolineare trasformando i piani stretti in una gabbia asfissiante, mentre i campi lunghi non mostrano altro che squallore e desolazione.

Con il suo tono sommesso e sussurrato, che non acquisisce enfasi nemmeno nel raccontare la violenza, Reese finisce per arrivare alle stesse conclusioni di Django di Tarantino, contrapponendo alla gretta provincia americana un’Europa la cui storia e cultura hanno trasformato il fango in terreno fertile per la tolleranza e l’accoglienza.

Francesco Cirica