Voto

7

L’autrice della pellicola è Virág Zomborácz, una giovane regista e sceneggiatrice ungherese che, in seguito all’apparizione in sogno del padre scomparso, decide di esplorare il tema mai esaurito del rapporto genitore-figlio e di riflettere su come un’autorità esterna possa controllare le vite altrui. Con un’ingente dose di ironia, estremamente acuta e intelligente, la regista capovolge gli equilibri interpersonali in un gioco di simmetrie sempre bilanciate, in cui chi prima comandava ora è muto e invisibile. L’ironico contrappasso, descritto con realismo disincantato e mai retorico, non rinuncia a inserti comici e assurdi che sfociano in scene surreali tipicamente est-europee.

Gli ambienti piccoli e soffocanti comprimono visivamente l’alto e magro protagonista, che risulta oppresso tanto dai confini dell’inquadratura quanto dalla morale paterna. I tentativi frustrati di Mōzes per liberarsi dall’amletico spirito paterno sono descritti attraverso movimenti di camera lenti e delicati che indugiano sulle espressioni del volto del giovane, mentre l’autenticità del suo costante imbarazzo è garantita dalla scelta di un attore non professionista (il protagonista Márton Kristóf infatti è il fidanzato di una giovane assistente di produzione).

Il film magiaro, già vincitore del premio Media European Talent al Festival di Cannes 2011, si presenta come un intimo racconto di formazione e di scoperta della propria individualità che mostra come liberarsi dalle proibizioni altrui per vivere il mondo in piena autonomia.

Giorgia Maestri