1. Il magico mondo di Wes

Ogni film di Wes Anderson è un pianeta dell’“universo Wes”, un magico sistema dove le leggi terrestri spesso e volentieri non trovano riscontro. La grande fantasia del regista texano ha creato delle realtà tanto uniche quanto legate da un’unità di fondo: il mondo acquatico di Steve Zissou in Le avventure acquatiche di Steve Zissou (2005), il fantastico e decadente Grand Budapest Hotel nell’omonimo film del 2014, il rinomato collegio Rushmore (1998), i vagoni de Il treno per il Darjeeling (2007) sono diverse facce dello stesso dado. In questi luoghi, dove il concetto di “normalità” viene continuamente stravolto, la mano di Anderson si rende riconoscibile dall’inconfondibile gamma di colori pastello delle scenografie e dalle estroversioni delle sceneggiature, che si sviluppano tra personaggi fantastici e dialoghi surreali.

2. Dolore e assenza

Spesso le storie di Anderson nascono da spunti narrativi strampalati e non plausibili: tre fratelli che non si vedono da anni partono per un viaggio attraverso l’India, uno scrittore racconta come il suo più grande romanzo sia stato ispirato dalla storia di un hotel di lusso caduto in disgrazia, i membri di una famiglia d’eccezione si ritrovano insieme dopo anni di lontananza; per citarne giusto alcuni. La sensazione di gioco e di surrealtà che ne scaturisce presenta però delle sfumature di profonda malinconia: nelle volute reticenze di ognuna di queste storie si celano i momenti più bui dell’esistenza dei personaggi che le vivono. Così, si scopre che uno dei fratelli che viaggiano attraverso l’India, spinto dal vuoto lasciato dalla morte del padre, ha studiato segretamente un percorso per incontrare la madre che li ha abbandonati, e che Zero, il proprietario del Grand Budapest, mantiene l’hotel in quanto unico ricordo sensibile di una vita che non è più. Il magico mondo di Wes è solo all’apparenza un semplice e divertente gioco di luci e musica: un pubblico accorto si renderà presto conto di quanto sia complesso e totalizzante.

3. Star e feticci

Sono molti, moltissimi i personaggi indimenticabili nati da questi film (basti pensare a Dignan, Steve Zissou e monsieur Gustave, ma la lista potrebbe continuare all’infinito). Ad animare i ruoli nati nei sette film del cineasta si presta un discreto numero di attori-feticcio, capeggiati da Bill Murray (sei apparizioni) e Owen Wilson (cinque apparizioni). Ricorrono altri volti noti: Gene Hackman, Harvey Keitel, Adrien Brody, Ralph Fiennes, Gwyneth Paltrow, Ben Stiller, Jude Law, Edward Norton e Willem Dafoe. Una menzione d’onore è per Kumar Pallana, prestavolto del fantastico tuttofare Pagoda (I Tenenbaum, 2001) e che torna in ben quattro pellicole del regista. Il film che manca a questo appello è Fantastic Mr. Fox (2009), realizzato in stop motion; eppure si può curiosamente notare come tra le voci che animano i personaggi si trovino quelle dei già citati Murray, Wilson, Dafoe e Brody. Tutto ciò non fa che rafforzare l’incredibile marca di unicità del cinema di Anderson.

4. Citazionismo d’autore

Numerose sono le citazioni ad altre pellicole e a personaggi di spicco nei campi più disparati: i berretti rossi del team Zissou (Le avventure acquatiche di Steve Zissou) sono un richiamo al grande esploratore Jacques Cousteau; ne Il treno per il Darjeeling (2007) Jack Whitman (Jason Schwartzman) ricorda da vicino Ringo Starr e abbondano i riferimenti ai Beatles, che rendono ancora più significativa sotto questo punto di vista l’idea di raccontare la storia di un viaggio in India. Inoltre, la filmografia del regista è disseminata di richiami a pellicole di ogni genere, compresi calchi di motivi tratti da opere imprescindibili come I 400 colpi di Truffaut, Il laureato di Mike Nichols e Quarto potere di Orson Welles. Un’operazione guidata da un citazionismo marcato e tuttavia leggero, che impreziosisce le scene e non ne pregiudica la comprensibilità.

5. Scatole cinesi e giochi di prestigio

Nella filmografia di Anderson è ricorrente la tendenza a costruire meccanismi narrativi che si sviluppano seguendo un andamento a “scatole cinesi”: all’interno di una trama di fondo sono contenute altre storie, che si scoprono passo dopo passo. L’esempio più lampante è l’andamento analettico e metanarrativo di Grand Budapest Hotel; ma si pensi anche al documentario che il team Zissou registra nel corso del mirabolante viaggio alla ricerca dello squalo-giaguaro; così come alle molteplici ministorie dei membri della famiglia Tenenbaum. I piani narrativi si sovrappongono, portando il pubblico a chiedersi quale sia la “vera finzione”. Il gioco di cortocircuiti impegna anche la macchina da presa: a un’inquadratura in primo o primissimo piano del protagonista, per esempio, segue spesso una soggettiva che mostra come davanti agli occhi del personaggio non ci sia alcun oggetto; abbondano anche gli sguardi in macchina, che mandano in tilt il rapporto tra realtà, cinema e metacinema. La mano di Wes si inscrive così in una dinamica di gioco intellettuale, tra eleganza e raffinatezza.

Ambrogio Arienti