Penetrare nei meandri di in un disco che ha rivoluzionato la storia della musica è, ancora oggi, un viaggio magico e affascinante. Forse non ne comprenderemo mai davvero la grandezza di questo album, e non bastano le decine di studi e le centinaia di pagine scritte, le dichiarazioni degli stessi Beatles o di George Martin – il loro storico produttore – a spiegare fino in fondo la rinascita culturale innescata dal Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band.

Il brano omonimo d’apertura è tutta farina del sacco di Paul McCartney – vero papà dell’album –, che vi infuse la sua passione per le brass band che amava ascoltare in gioventù. Anche il titolo dell’album è dovuto a un’intuizione di McCartney: “Dr Pepper” richiama la leggendaria bevanda omonima, che non a caso era la preferita del loro road manager Mal Evans, mentre “Lonely Hearts Club Band” unisce le influenze psichedeliche della band al mondo tradizionale delle orchestre britanniche.

Tocca poi a Ringo alias Billy Shears: With a Little Help from My Friends nacque come un divertissement al piano di Paul McCartney e John Lennon, che pensarono a una sorta di filastrocca da affidare a Ringo come base del pezzo. Piano e batteria costruiscono infatti le fondamenta ritmiche della canzone, che vede invece una marginale presenza della chitarra di Harrison e Lennon impegnato quasi esclusivamente nei cori. Sebbene fosse una delle tracce meno solide, si rivelò essere una delle più prolifiche, grazie anche alle numerose cover, come quella celeberrima di Joe Cocker.

Altro brano, altro mondo che si apre: Lucy in the Sky with Diamonds è il simbolo del Lennon di quel periodo, in un oscillare continuo tra la vita terrena fatta della pesante vita familiare e l’universo fantastico delle droghe in cui si rifugiava. E non a caso molti hanno interpretato il titolo come un acronimo di LSD. Il testo rivela il mondo psichedelico di Lennon, concedendo qualche piccola incursione all’imaginario di Paul, mentre le sonorità raddoppiate della voce aggiungono una componente misteriosa e disturbante al brano.

In studio è McCartney il più attivo dei quattro e lo dimostrano le sue numerose proposte, tra le quali venne scartata una canzone che qualche mese dopo diventò Fool on the Hill. Da Getting better a Fixing a Hole, McCartney si impose come one man band: scriveva, cantava, suonava, incideva e sovra incideva, facendosi guidare dall’ispirazione momentanea e dai ricordi del passato. Tra le composizioni di questa fase spicca She’s Leaving Home, che McCartney scelse di registrare con l’aiuto del solo Lennon, sfruttando le sonorità di arpe, contrabbasso e doppi quartetti di archi. L’ispirazione per il brano venne a McCartney leggendo sul “Daily Mail” la storia di una ragazza che scappava di casa in seguito a una lite con i genitori. Lennon, che non voleva essere da meno, chiese di aggiungere alcuni versi scritti da lui: “We gave her most of our lives/ sacrificed most of our lives”; un chiaro rimando alle famose ramanzine della zia Mimì nei suoi anni giovanili.

Un manifesto capitato un po’ per caso tra le mani di Lennon fu l’ispirazione per un’altra puntata del Favoloso mondo di Lennon: Being for the Benefit of Mr. Kite spalanca le porte all’arte circense e a un’estetica da composizione vittoriana. In fase di registrazione, però, i quattro non riuscivano a comunicare fra loro e la creazione di questo brano fu tra le più difficili di tutte. Neppure George Martin venne risparmiato dai deliri di Lennon, che cambiava ripetutamente la velocità dell’esecuzione e della ritmica per incidere su nastro quell’imprevedibilità che il circo riserva sempre ai suoi spettatori.

Toccò a Harrison inaugurare il lato B del disco. Ebbe l’idea di Within You Without You durante il viaggio di ritorno da una cena con alcuni amici, immaginando le parole del testo che fuoriuscivano dalla sua mente, accompagnate dalle note di un sitar e da una classica sezione d’archi aggiunta da George Martin per “occidentalizzare” il brano. E poi è ancora Paul a ritagliarsi una bella fetta di disco con due composizioni: When I’m Sixty Four, brano giocoso e satirico indirizzato a suo padre, nonché omaggio alle jazz band dilettanti degli anni ’20, e Lovely Rita. Il brano successivo tocca invece a Lennon: l’inno alla pigrizia Good Morning, Good Morning.

Quando il progetto del disco era ancora nelle fasi di sviluppo, Neil Aspinall aveva suggerito ai Fab Four di aprire e chiudere il lavoro con un brano omonimo. L’idea fu accantonata, ma non del tutto: Paul McCartney convinse gli altri Beatles a registrare una brevissima reprise del brano d’apertura per quello finale, creando così la chiusura perfetta. A Day in the Life rappresenta una fine epica, che spalancò le porte del mondo a qualcosa di nuovo. “I read the news today oh boy, about a lucky man who made the grade”: il testo, firmato da Lennon, si ispirava ad alcune notizie comparse sui quotidiani, accostate creando un curioso gioco di opposizioni tra un fatto drammatico – la morte di un ereditiere a causa di un incidente – e uno frivolo – il conteggio delle buche per le strade di Blackburn. Lennon lavorò sul testo appena terminate le riprese del film di Richard Lester Come ho vinto la guerra (1967), unendo le l’esperienza cinematografica a quella musicale, con forti allusioni ai viaggi provocati dagli allucinogeni.

Ma gli altri Beatles decisero di spingersi ancora oltre: la ballad di Lennon venne divisa in due parti, così da lasciare spazio a un intramezzo composto da McCartney. La loro idea verteva in un crescendo finale dell’orchestra, che esasperasse il distacco del brano rispetto alla parentesi giocosa della canzone precedente (“Woke up, fell out of bed/ Found my way downstairs and drank a cup […]. Made the bus in seconds flat/ Found my way upstairs and had a smoke/ Somebody spoke and I went into a dream”). Dopo un arduo braccio di ferro con George Martin, i due riuscirono a ottenere ciò che volevano: l’orchestra avrebbe suonato le 24 battute stabilite, mentre le restanti 15 sarebbero rimaste sospese tra qualche indicazione e l’improvvisazione più totale. Non solo: i musicisti dovevano salire dalla nota più bassa alla più alta del loro registro e agli archi era stato imposto di non pizzicare le corde ma glissare da una all’altra. Nacque una composizione volutamente caotica, con McCartney che incitava i musicisti a suonare fuori tempo e senza risparmiare le stonature e Lennon che urlava per simulare la voce dell’Elvis di Heartbreak Hotel (1956).

Il finalissimo fu ancora un’intuizione congiunta di Lennon, McCartney e Martin: ai tre si aggiunsero George Martin, Ringo Starr e Mal Evans, che suonavano violentemente su un pianoforte un’unica nota , un Mi maggiore. Ma questa scelta non convinse del tutto Lennon, che qualche tempo dopo si lasciò sfuggire qualche critica: “Mi piace, ma non è bella neanche la metà di quanto pensavo mentre la stavamo facendo”. Sono passati cinquantuno anni dal 1 giugno 1967 e ancora oggi Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band rimane un monolite unico e impenetrabile.

Gabriel Carlevale

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