I Beatles sono i Beatles, un astro vagante che sfiora, fa l’amore con innumerevoli galassie musicali e lascia infine un calore, una bellezza, un ricordo della sua presenza che difficilmente potrà essere dimenticato. Si parla di rock (Back in the U.S.S.R.), di pop (She Loves You), di folk (Blackbird), di musica elettronica (Tomorrow Never Knows), di blues (Yer Blues), eppure nulla sembra mai avvicinarsi a definire il loro geniale sperimentalismo, a esprimere a pieno la loro identità.

The Beatles – Eight days a week, avvicinandosi all’essenza più profonda della band inglese, ne rimane ammaliato ma mai completamente rapito: è fondamentale mantenere un certo distacco per non cadere nella voragine dell’idolatria che rischierebbe di trasformare la pellicola in uno sterile panegirico. Il merito del lunghissimo lavoro svolto (il processo di ricerca del materiale è iniziato nel 2002 su iniziativa della società di produzione One Voice One World) è da attribuire a un’équipe straordinaria: un eccezionale team addetto al sonoro è riuscito a restaurare canzoni e riprese video rovinati o dalla bassa qualità. Vero artefice della riuscita del film è senz’altro Ron Howard, che lavora con assoluta professionalità su materiali inediti e non come foto, filmati, materiali d’archivio, interviste e registrazioni.

the beatles

L’estremo rispetto del regista per i Fab Four gli impedisce di abbandonarsi al morboso gusto del gossip, preferendo soffermarsi su due aspetti in particolare. Prima di tutto la Beatlemania, vero e proprio culto che invase il mondo nella seconda metà degli anni ’60 e che scatenò il più delle volte un caos incontrollato. La vera e propria rivoluzione fu però compiuta attraverso la musica, secondo e principale focus dell’attenzione di Howard; la trasformazione e l’innovazione continua dei quattro artisti è urlata a gran voce (e che voce) da Paul e John. I primi successi sono tanto orecchiabili quanto disincantati, gli stessi Beatles ammisero di non essersi soffermati a lungo sul significato dei testi: amori giovanili e infatuazioni ricorrono in continuazione e caratterizzano gran parte delle tracce d’esordio, dilagando sulle bocche di tutti (Love Me Do, 1958: “Love, love me do / You know I love you / I’ll always be true / So please, love me do / Whoa, love me do”). Tappa che sancisce un cambiamento vistoso è invece A Hard Day’s Night, proposta da John Lennon e Paul McCartney alla band nel 1964: la canzone diviene colonna sonora portante del film omonimo per cui lavorano, l’ennesimo impegno lavorativo che sobbarca i Beatles di ulteriori fatica e responsabilità (“It’s been a hard day’s night / And I’ve been working like a dog / It’s been a hard day’s night / I should be sleeping like a log”). 

the beatles

Il successo però, divenuto sempre più difficile da gestire, esalta tanto quanto logora: tra composizione, incisione, concerti, servizi fotografici, interviste sempre più pressanti e fughe da masse di fan invasati i quattro artisti iniziano a sentirsi soffocati e oppressi. Nasce quindi Help!, altra traccia composta per un film sui Beatles, sfogo naturale e vera e propria richiesta d’aiuto; Lennon fu piuttosto esplicito, cercò di esprimere tutto il suo disagio nei confronti di una realtà che era sua ragione di esistere ma che al contempo stava ponendo fine proprio a ciò che la vita comporta, la libertà: “And now my life has changed / In oh, so many ways / My independence seems to / Vanish in the haze”. 

Unico rimedio plausibile fu l’allontanamento da qualsiasi forma di spettacolarizzazione ed esibizione. I Beatles decisero allora di trascorrere lunghi periodi in sala di registrazione, rifugio sicuro e stimolante che racchiudeva tutto ciò di cui avevano bisogno: comporre e vivere di musica. Questa scelta si rivela per la band uno dei momenti di massima realizzazione artistica e li porta a sfornare negli anni successivi una serie di grandi capolavori: Norwegian Wood, Michelle, Blackbird, Julia, Come Together e Oh! Darling, Two of Us e Get Back – solo per citarne alcuni. Le incredibili sonorità e la voglia di comunicare l’amore per la musica permeano i loro ultimi album, che esprimono ancora grande coesione e coerenza nonostante i quattro artisti stiano progressivamente intraprendendo strade differenti.

Senza introdurre novità di spicco dal punto di vista informativo, Howard crea un amalgama perfetto tra montaggio visivo e sonoro. I Beatles sono spettacolo, ma prima di tutto sono la Musica: non c’è allora da stupirsi se chi assiste alla proiezione di The Beatles – Eight Days a Week venga catapultato dalla sala cinematografica a quella d’incisione, diventando infine spettatore del maestoso concerto allo Shea Stadium (1965, New York City).

Anna Magistrelli

 

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