I film d’animazione dello Studio Ghibli sono finalmente disponibili su Netflix, un’ottima occasione per poter rispolverare, o scoprire, (quasi) tutti i capolavori firmati da Hayao Miyazaki. Favola, mistero, incanto: queste le parole che al meglio descrivono il suo universo, dove bene e male convivono come concetti assoluti e i personaggi (che siano umani o animali antropomorfi) agiscono in modo deciso, a prescindere dal loro genere biologico. Un universo che si distacca da tutto ciò che si era visto fino a quel momento nell’animazione, lontano anni luce dall’immaginario comune del mondo occidentale,.

Porco Rosso esce in Giappone nel 1992 e gode di un grande successo in patria registrando il maggior numero di incassi dell’anno. In Italia il film arriva quasi vent’anni dopo; tempistica bizzarra, se si pensa che la trama tocca molto da vicino la nostra storia. Porco Rosso è infatti il nome di battaglia di Marco Pagot, un ex-aviatore reduce dalla Prima Guerra Mondiale, che a causa di un sortilegio si trova con il volto trasfigurato in quello di un maiale. Per sfuggire all’oppressione fascista decide di diventare un cacciatore di taglie (“Meglio porco che fascista”, dirà al suo ex commilitone Ferrarin), e per potenziare il suo idrovolante si rivolge alla ditta Piccolo s.p.a., dove verrà aiutato da Fio, una ragazzina con la passione per la meccanica.

Parallelamente (ma non troppo) lo spettatore fa la conoscenza del personaggio di Madame Gina, la proprietaria dell’Hotel Adriano dove alloggiano i contrabbandieri. Il viaggio di Porco verso il riscatto e la gloria sembra essere l’obbiettivo ultimo del film, ma è solo grazie all’agire (quindi non la semplice partecipazione) delle due donne, Fio e Gina, che Porco cresce come uomo. Fio, con il suo coraggio nell’affrontare le sfide e la sua passione per la vita, rigenera l’onore di Porco, e Gina, con la sua saggezza ed eleganza, gli restituisce il calore familiare.

La rilettura del mondo proposta da Miyazaki metteva dunque in discussione la società occidentale dell’epoca. Se infatti tra gli anni Ottanta e i primi 2000 l’Italia ha vissuto un grande influsso del mercato televisivo giapponese, questo non è mai riuscito a imporsi davvero a livello culturale, a causa della forte censura a cui erano sottoposti gli anime (si pensi al caso di Lady Oscar, barbaramente censurato in più punti della storia per renderlo più “accessibile” al target dei bambini/preadolescenti italiani). Ma un’altra barriera era costituita dallo strapotere del mercato targato Walt Disney, fondato su favole dal forte stampo patriarcale – al cinema molto più che in televisione.

La cinematografia di Miyazaki porta dunque alla destrutturazione piramidale secondo cui il personaggio maschile è il protagonista e prevale su quello femminile. Questa rivisitazione de-generizzante dei personaggi rischiava dunque di abbattere la trama narrativa dentro alla quale sono state tessute tutte le più note favole occidentali. Se le Principesse Disney di fine anni ’80 sembrano potersi salvare solo grazie alla presenza di un uomo e gli anime trasmessi in Italia vedono come protagoniste delle ragazze che si sentono soddisfatte solo con l’amore di un ragazzo, Miyazaki propone personaggi di sesso maschile e femminile di uguale importanza. In Porco Rosso Marco è il protagonista, ma lo sono anche Fio e Gina. Tutti e tre seguono un percorso volto a un obbiettivo, e tutti e tre lo raggiungono. Nessuno dei tre viene inscatolato in un ruolo dettato dal proprio genere biologico e nessuno dei tre lo raggiunge (o lo perde) per via del proprio genere biologico.

L’alternativa allo stereotipo di genere occidentale, quindi, esiste: non solo un ribaltamento, uno sradicamento, ma un altro modo di raccontare gli uomini e le donne. Donne che, come Fio e Gina, non hanno bisogno dell’azione testosteronica per poter adempiere ai propri bisogni o raggiungere i propri sogni. Uomini che, come Porco, non hanno bisogno di dimostrare la loro “mascolinità” tramite azioni eroiche, violente o di salvataggio. Quello di Miyazaki è un mondo che, per quanto sia legato alla sfera della finzione (essendo sostanzialmente un cartone animato), racconta la realtà che vorremmo. 

Caterina Prestifilippo