“Posso fare un bagno?” chiede umilmente Camiel Borgman dopo essere fuggito da un gruppo di persone che, per motivi ancora ignoti, lo insegue e lo vuole morto. Lui è il protagonista del film che ha come titolo il suo stesso cognome (Borgman, Alex Van Warmerdam, Paesi Bassi 2012) e con la sua insistenza ha fatto infuriare Richard, il suo padrone di casa, che ritiene di avere il diritto di punire la sua insolenza: come si permette un nullatenente, un senzatetto, un reietto, uno sconosciuto qualsiasi, di mostrare un comportamento tanto audace? Pensa forse che tutto gli sia dovuto? Chi ce l’ha fatta nella vita si deve quindi sentire in obbligo di assistere i bisognosi e i parassiti? Ma Camiel non si arrende, e sfruttando l’ingenua e insoddisfatta Marina diventa un ospite (in)desiderato della famiglia, senza che Richard sappia niente, insinuandosi nei vari aspetti della vita domestica di marito, moglie, tre figli e tata.

L’incontro/scontro tra le famiglie Park e Kim di Parasite del 2019 ricorda molto la dinamica di invasione domestica e denuncia sociale di Borgman. Per chi ancora non l’avesse visto (ma senza spoiler!), nel film di Bong Joon-ho il protagonista è Ki-woo, un giovane proveniente da una famiglia di umili origini che vive di reddito di disoccupazione in un sobborgo coreano. Per caso tramite un amico un impiego come tutor di inglese a una giovane rampolla della benestante famiglia Park, dando una svolta alla propria vita e a quella della sua famiglia. Da questa opportunità, infatti, si sviluppa un crescendo di opportunismo che porterà il padre, la madre e la sorella di Ki-woo a ottenere degli impieghi presso la famiglia Park tramite stratagemmi ingegnosi. Le vite di queste due famiglie agli antipodi della scala sociale coreana si avviluppano in una forzata e ingannevole simbiosi, fino all’inevitabile collasso. Paragonando le trame dei due film, le sostituzioni che avvengono in Borgman risultano allora dei precedenti lampanti delle dinamiche di Parasite, secondo modalità che tornano anche quasi identiche, replicando scelte tematiche, narrative e registiche.

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Il parassita dunque non infetta di soppiatto, ma viene anzi accolto benevolmente dall’organismo ospitante, nonché vittima, finché non emerge la natura abusiva della dinamica instaurata. Mentre la famiglia Kim dei i reietti coreani vive letteralmente nel sottosuolo, posizionati quindi anche fisicamente in una posizione inferiore che corrisponde a quella che occupano nella scala sociale, Camiel si sistema nel capanno degli attrezzi in giardino, relegandolo come un escluso, al di fuori dallo spazio familiare; ma stare sotto a chi comanda è ben diverso da starne lontano, per quanto l’esclusione rimanga effettiva e vincolante.  

Da un punto di vista etimologico, la radice del temine “ospite” è la stessa dell’aggettivo “ostile”, una contraddizione in termini che è però solo apparente, come dimostrano Borgman e Parasite: Camiel è un ospite indesiderato, un nemico che approfitta di chi lo accoglie e pure seduttore e causa scatenante di eventi epifanici continui. Ki-Woo, allo stesso modo, seduce la ragazza che dovrebbe aiutare con lo studio e innesca dinamiche rigeneratrici insinuandosi nelle crepe che minacciano il crollo della famiglia Park. Nonostante le differenze e le similitudini, l’interpretazione della metafora sociale è la medesima: le dinamiche tra esclusi, parassiti, disagiati, sfruttati, invasori, truffatori, ricchi, ospitanti, potenti sono ataviche e insite nella natura umana, ripresentandosi dall’Europa all’Asia, in contesti e tempi differenti.

Federico Squillacioti