Si dice che riconoscere di avere un problema sia il primo passo per giungere alla sua risoluzione. Si dice anche che i problemi vadano affrontati “di petto”. Chiunque si è dovuto sorbire queste massime – che spesso hanno soltanto il sapore di una frase di circostanza – almeno una dozzina di volte nella vita. Ma, in realtà, nessuna mente è mai stata così brillante da riuscire a stilare una formula, un procedimento comportamentale che conduca, senza intoppi, a sbrogliare una situazione di disagio. Ed è proprio durante l’adolescenza, per antonomasia uno dei periodi più critici della vita, in cui si pagherebbe qualsiasi prezzo per possedere – o forse solo comprendere – questa formula magica.

Questi temi sono particolarmente cari al regista Gust Van Sant: personaggio stoicamente indipendente, nei suoi film ama dare voce alle minoranze, supportato da uno stile di regia frammentario ma coerente con il contesto.

Realizzando quella che è stata definita “la trilogia della morte” – composta da Gerry (2002), Elephant (2003) e Last Days (2005) – ha portato all’attenzione del grande pubblico (Elephant in particolare è stato premiato nel 2003 con una meritatissima Pama d’Oro) i sentimenti, le preoccupazioni, le provocazioni e i disagi di una generazione allo sbando e che fatica sempre più a ritrovarsi, a riscoprirsi o più semplicemente a conoscersi. Un percorso tutt’alto che semplice da seguire e rappresentare, anche perché, diciamocelo, chiunque a posteriori ammetterà di essersi concesso una quantità non indifferente di cazzate tra i 15 e i 18 anni  – tralasciando poi chi persevera oltre i vent’anni –, e ripensandoci ci si può solo chiedere: “Ma perché?!”. Questo lucido interesse del regista lo porta a realizzare nel 2007 un lungometraggio dalla grande portata psicologica e sociale: Paranoid Park, ispirato all’omonimo romanzo di Blake Nelson.

Alex è un giovane di Portland che, tra genitori separati, un po’ di apatia innata e l’incredibile abilità di non capire nulla della propria realtà, condivide con un gruppo di amici la passione per lo skateboard. In questo contesto si materializza all’improvviso un luogo dove tutto sembra annullarsi, dall’atmosfera magica, quasi irreale, “la Mecca” degli skater di Portland: il leggendario skatepark soprannominato “Paranoid Park”. Questo anomalo skatepark diventa una sorta di rifugio per anime, nel quale si riuniscono non solo skater, ma anche tutta una serie di personalità accomunate dalla disperata ricerca di un luogo in cui leccarsi le ferite.

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La realtà di Alex si complica ulteriormente nel momento in cui viene coinvolto nella morte di una guardia di un deposito ferroviario. Paradossalmente, però, questo evento è marginale ai fini dell’analisi psicologica: non è questa la causa del malcelato disagio del protagonista, sarebbe anzi più corretto definirla un effetto collaterale che, un po’ come tutto il resto, viene tanto interiorizzato da Alex quanto da lui omesso senza rimorso. Il “non dire”, il negare e l’assorbire tutto senza essere in grado di filtrare e smaltire appesantiscono e immobilizzano il protagonista, del quale Van Sant delinea un lucido e tragico profilo psicologico. Alex non è forte, né coraggioso. Alex non è altro che  debole, è la personificazione della debolezza di ciascuno di noi, perdendo così la propria valenza individuale. Proprio per questo nessuno può arrogarsi il diritto di giudicarlo con la pretesa di conoscere qualcosa di inconoscibile come l’animo umano. Paranoid Park è questo: un  frammentato viaggio a vuoto, percorso con la meravigliosa grazia di chi non può sapere.

Andrea Passoni