1. Della vitalità
Il cinema di Dolan ha il pregio di essere viscerale, intenso, e lo è stato fin dall’esordio con J’ai tué ma mère (2009). I suoi personaggi sono carichi di una vitalità istintiva che spesso male si coniuga con la staticità del tessuto sociale e l’ambita stabilità dei rapporti personali. La macchina da presa segue allora da vicino le parabole narrative di una piccola fetta di umanità che non accetta compromessi, che non può e non vuole nascondere i propri sentimenti. Il giovane protagonista di Mommy è l’emblema di questa attitudine e lo dimostra chiaramente quando dice di aver incendiato la mensa dell’istituto in cui era stato rinchiuso perché aveva “il fuoco nel culo cazzo” e doveva “farlo uscire” – e non esisterebbe espressione più adatta a lui. Con tutti i suoi eccessi e le sue crisi, Steve (Antoine Olivier Pilon) rimane una persona profondamente sincera, viva; lo spettatore impara così, nel corso del film, a scrutare i suoi occhi azzurri, dai quali prende vita un cuore palpitante. Come affermato dal regista stesso, il primo obiettivo delle sue pellicole è proprio quello di costruire film sulla vita, poco importa di che cosa o di chi si parli.

2. Della casa
Fin dall’inizio il rapporto tra Steve e la madre, Die (Anne Dorval), stenta a decollare. Per quanto i due si amino, spesso non riescono a comprendersi, complici la morbosità del loro rapporto, le tendenze violente di Steve e la spinosità del temperamento di Die. Proprio quando la situazione degenera e dalle schermaglie verbali i due arrivano a un tragico confronto fisico si insinua tra loro una figura salvifica, Kyla (Suzanne Clément), la balbuziente timida donna della porta accanto tormentata da ferite intime lancinanti, particolare che permetterà ai tre di entrare in sintonia molto rapidamente. L’equilibrio che si crea tra i personaggi sembra davvero funzionare, suggellato da scene d’idillio come il ballo che segue la prima cena insieme; ma l’armonia regge solamente all’interno della casa, in un ambiente riparato e rassicurante. Fatta eccezione per la scena più celebre del film, in cui Steve corre sul suo longboard in compagnia delle due donne, l’esterno è infatti il luogo in cui gli stimoli sono troppi per un’anima fragile come la sua. La casa diventa allora il rifugio in cui il caos della realtà non riesce a penetrare, dove tutti possono dimenticare, dove Kyla e Die, superate le prime difficoltà, riescono a difendere Steve. Ma la realtà, inevitabilmente, verrà a bussare alla porta (letteralmente) e a chiedere il conto…

3. Del talento
Al netto dei suoi ventisette anni di età, Xavier Dolan non è un neofita del cinema. Ha già all’attivo sei lungometraggi, è stato acclamato dalla critica come enfant prodige della regia e si diletta come sceneggiatore e attore. Tuttavia è con Mommy che si può parlare davvero di maturità artistica sotto un punto di vista non soltanto tecnico (raggiunto in realtà già da tempo, come testimoniano la cura nella composizione delle inquadrature, il gioco tra formati di visione e il ritmo del montaggio), ma anche narrativo: la storia convince per la sua credibilità, pur reggendosi su uno spunto fantastico-futuristico, ossia l’entrata in vigore della tanto chiacchierata legge S-14. Grazie alla carica emotiva infusa alla pellicola da regia e sceneggiatura, lo spettatore non può che empatizzare con Steve e accompagnarlo per un tratto della sua travagliata vita, che si staglia tra colori di depressione, d’euforia, di rabbia e di dolcezza: pur di salvarlo si è disposti a dimenticare il resto del mondo, che attraverso gli occhi di Steve crolla pezzo dopo pezzo.

Ambrogio Arienti