Restio agli stilemi del dramma hollywoodiano, Manchester by the Sea – che potete trovare anche su Netflix! – procede Pianissimo, come direbbe Sbarbaro, al ritmo di una sceneggiatura che rompe e ricompone i silenzi sotto il freddo della cittadina americana che dà il nome alla pellicola; l’impeto del non-detto, la foga e la rabbia del protagonista sono affidati allora alla colonna sonora (Lesley Barber), negli intermezzi che la sovrappongono al mare in tempesta. Lee (Casey Affleck) ha appena perso il fratello Kyle e deve fare ritorno nella sua città natale per svolgere il ruolo di tutore del nipote Patrick (Lucas Hedges). Il montaggio alternato che sovrappone il piano temporale del passato a quello del futuro, guidando lo spettatore verso la risposta che ci si pone fin dall’inizio: che cos’è rimasto sepolto sotto quella neve? Perché Lee se n’è andato da Manchester by the Sea?

Girato da Kenneth Lonergan, il film tocca con delicatezza una tematica in qualche modo presente nella vita di ognuno di noi: il dolore della perdita, che in Manchester by the Sea si fonde, accettandolo, a un elemento che viene spesso ribaltato e/o eluso dai racconti che si incasellano plasticamente nella “retorica del dolore”: l’impreparazione ad affrontarlo. È questo che Affleck dipinge sul proprio volto: lo spaesamento di fronte al dolore, alla perdita, e la volontà di scappare quando dimenticare diventa impossibile. L’intelligenza registica di Lonergan emerge dalla scelta di rimanere ancorato all’interiorità dei suoi personaggi, impegnati a confrontarsi con qualcosa più grande di loro, reggendosi sull’equilibrio pericolante di un elastico emotivo che traccia l’alternanza serrata fra dramma e ironia, fra luce e ombra. Invero, il film avanza seguendo la grammatica greca della dualità e delle dicotomie freddo-caldo, neve-fuoco, calma-tempesta, prima-dopo, che culmina con l’incontro fra Lee e l’ex moglie Randy (Michelle Williams). Mentre lei scende e lui cammina in salita, le parole vanno sempre più veloci; gli sguardi, al contrario, si fanno sempre meno insistenti. Repentina, la sceneggiatura si fa fitta ed esplode nel pianto di lei, mentre in lui l’emozione resta (come sempre) inesplosa.

Manchester by the Sea non racconta, mostra: nel dialogo fra Randy e Lee, nel suo tentativo di uccidersi, nell’apparente leggerezza di Patrick, nella terra dapprima gelata e poi pronta ad aprirsi alla primavera non c’è alcun racconto della perdita, né dei suoi effetti, né delle sue implicazioni future; il ping pong narrativo è funzionale a isolare il presente come unico tempo della perdita, che si ripete quotidianamente. Non viene offerta una spiegazione al dolore, né dato per scontato che sarà metabolizzato, ed è questo il punto su cui si sono concentrate le (poche) critiche al film: la narrazione non avanza, resta sempre ferma alla stessa fase. È vero, ma il dolore della perdita provoca queste conseguenze: paralizza, ghiaccia. E per quanto la conclusione si affacci sulla possibile rinascita suggerita dalla natura, la realtà resta fermamente legata alla domanda iniziale: perché scegliere di partire e andare lontano? Perché sembra sempre questa la “soluzione migliore”?

“Accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso” (Se questo è un uomo, 1947), diceva Primo Levi. La grandezza della pellicola e la sua contingente relazione con l’oggi è qui: mostrare anziché raccontare sconfinando nella spettacolarizzazione, non imporre al dramma il coraggio dell’eroe, né la fermezza di una tempra coriacea, ma lasciarlo libero di mostrarsi nella sua natura straziante; dimenticare la speranza come risposta. Manchester by the Sea è in questo senso una goccia di purezza che non ha un punto di partenza o un punto di arrivo, perché la cognizione del dolore risiede solo nella sensazione della perdita, nel dolore di Lee, che non vuole insegnare niente a nessuno.

Davide Spinelli