Correva il lontano, ma forse non così lontano, 1958: la nazionale di calcio brasiliana vinceva per la prima volta il mondiale in Svezia, il presidente Eisenhower costituiva la NASA e Giovanni XXIII diventava il 261° vescovo di Roma. Mentre le attenzioni del mondo si concentravano su questi avvenimenti, un giovane Stanley Kubrick insieme al suo amico e collega James Harris, grazie ai proventi del film Orizzonti di gloria (Paths of Glory, USA, 1957) e de I due volti della vendetta (One-Eyed Jacks, Marlon Brando, USA, 1961), acquistava da Vladimir Vladimirovič Nabokov la sceneggiatura del suo controverso romanzo Lolita (1955). Tuttavia, il film impiegò qualche anno prima di poter essere effettivamente partorito. La causa del ritardo fu l’impegno di Kubrick sul set di Spartacus (USA, 1960), un colossal con Kirk Douglas realizzato non senza difficoltà per via dei capricci dell’attore, tanto che in futuro verrà in qualche modo rinnegato dal regista. Kubrick e Harris iniziarono così a lavorare a un film che vide la luce solo nel 1962 e alla cui stesura collaborò Nabokov in prima persona (anche se, a lavori conclusi, la sua sceneggiatura si ridusse a una base per il film di Kubrick).

Se dovesse servirvi un motivo valido per vedere questo film, lo scandalo che provocò potrebbe bastarvi. Il mondo sembrò volersi mobilitare per fermarlo: la Lega per la Moralità Pubblica insorse, gli aspetti più “scabrosi” del romanzo vennero tagliati dal copione (in particolare, venne modificata l’età di Lolita) e la produzione dovette trasferirsi in Inghilterra, ufficialmente per motivi di budget, ma anche e soprattutto per evitare ulteriori censure. Quali potranno mai essere stati i motivi di così tanto clamore? Lolita è la storia di un professore inglese, il signor Humbert Humbert (James Mason), il quale, durante una visita negli Stati Uniti, si innamora della troppo giovane figlia della locatrice Charlotte (Shelley Winters), la bella Dolores Haze aka Lolita (Sue Lyon). Senza scendere nei dettagli della trama, è opportuno puntualizzare che a Kubrick non interessava affatto mettere in scena l’aspetto più perverso della famiglia né il tema dell’erotismo, preferendo portare quest’ultimo (forse anche a causa delle grosse pressioni) fuori dallo schermo e disseminando nella pellicola solo velate provocazioni e riferimenti.

lolita

Quello di Kubrick è un percorso nell’ossessione e nella follia che lentamente si insinuano nella mente del protagonista Humbert Humbert. Il progressivo annichilimento del professore inglese si regge su una serie di sguardi: fin dal primo magnetico momento in cui Lolita abbassa gli occhiali per guardare l’ospite, il film è un continuo crescendo di soggettive di Humbert nei confronti dell’oggetto dei suoi desideri, Lolita, che lo portano allo straniamento dal mondo in cui si trova. Vero antagonista del film è Humbert Humbert stesso, o meglio, il suo doppio rappresentato dal camaleontico commediografo Clare Quilty (interpretato magistralmente da Peter Sellers), vitalistico e borioso personaggio le cui interazioni, a differenza degli sguardi di Humbert, si giocano sulle parole.

Le chiavi di lettura del film sono molteplici: si potrebbe partire dal quadro di casa Quilty raffigurante Emma Lyons (sposa ninfetta di Oratio Nelson) chiamata Lady Hamilton (omonima dei vicini di casa della famiglia Haze) o dal rapporto di sottomissione tra Inghilterra e Stati Uniti (il numero di telefono di Lolita è 1776, data della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America). I riferimenti culturali inondano anche la casa del commediografo, un museo kubrikiano (guantoni da box, tuniche romane, pistole) che rasenta il kitsch.

Lolita è dunque un film complesso ed eterogeneo che riprende stilemi classici, elementi del melodramma ed escamotage dei film dell’orrore. Il risultato è un pastiche che porta lo spettatore a una sorta di spaesamento, a perdere la ragione insieme ad Humber Humbert e tuffarsi nei labirinti della mente umana, accompagnato dall’intramontabile Stanley Kubrick.

Giacomo Frigerio

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