“Il mondo si divide in perdenti e vincenti” recita Richard Hoover, padre della famiglia non convenzionale di Little Miss Sunshine. Road movie introspettivo che indaga le ossessioni dei protagonisti, imprigionati negli stereotipi del sogno americano, la pellicola è un controcanto ai principi osannati dalla società odierna, come la ricerca di fama, successo, denaro o, più in generale, la necessità di essere dei vincenti a qualsiasi costo. La famiglia Hoover si presenta, sin dalle prime sequenze, come un gruppo di persone sull’orlo del baratro: oltre a Richard, di professione life coach, abituato a parlare per frasi fatte, ci sono i figli Dwayne, lettore accanito di Nietzsche, e Olive, paffuta bambina con il sogno di diventare una miss. A completare il quadro familiare il nonno Edwin – interpretato da un Alan Arkin da Oscar –, che convive con la dipendenza da eroina, e lo zio Frank, studioso di Proust, gay e costretto a trasferirsi dalla sorella Sheryl dopo un tentato suicidio. Quest’ultima, al secondo matrimonio, è l’unico membro degli Hoover mosso da genuine intenzioni altruistiche e che aspira solamente ad avere una famiglia più unita.

Presentato al Sundance Film Festival del 2006, il film ottiene un successo immediato in tutto il mondo. Dietro alla macchina da presa gli esordienti Jonathan Dayton e Valerie Faris, due registi con una lunga carriera da videomaker alle spalle, impegnati da anni nella produzione di video per MTv e di clip musicali (tra cui alcuni classici dei Red Hot Chili Peppers come Californication, Otherside e By the Way).

Se nelle prime sequenze il ritmo e il montaggio risentono dello stile da spot pubblicitario e da videoclip musicale, progressivamente i tempi del film si dilatano, dando più spazio ai dialoghi e agli snodi narrativi significativi. Di conseguenza, con il procedere della pellicola ci si avvicina sempre di più alla forma del classico road movie, caratterizzato dall’uso della camera-car all’interno del mitico minivan Wolkswagen T2 e di campi lunghi su strade, officine e stazioni di servizio.

Quello di Little Miss Sunshine è un viaggio tragicomico imbevuto di tratti grotteschi e da black comedy, come le vicende che ruotano intorno al tentato suicidio di zio Frank o i ripetuti insuccessi lavorativi di Richard. L’esperienza del viaggio in California diventa per gli Hoover una possibilità di riscatto, una fuga dal conformismo della società occidentale. Come per alcuni classici del genere – Fandango (Kevin Reynolds, USA 1985) o Thelma e Louise (Ridley Scott, USA 1991) –, il viaggio porterà i personaggi, chiusi nelle loro nevrosi, a confrontarsi con i propri demoni e a raggiungere una reale presa di coscienza. Posta di fronte al grande dilemma tra ciò che si desidera e ciò di cui si ha effettivamente bisogno, la famiglia Hoover, durante il terapeutico viaggio in California, non avrà altro compito se non quello di riallinearsi alle sue reali necessità. Nel finale, infatti, gli Hoover ballano in preda alla gioia davanti al fallimento di Olive al concorso di bellezza: una scena esilarante – seppur eccessivamente moraleggiante – che rappresenta il coronamento di una nuova identità familiare e individuale.

Elia Altoni

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