Il cinema è stracolmo di coppie regista-attore che hanno lasciato un segno indelebile nella storia: Leone-Eastwood, Scorsese-Di Caprio, Fellini-Mastroianni, Tarantino-Thurman, De Sica-Loren, per citare le più famose. Tra questo elenco infinito di collaborazioni una, però, viene troppo spesso dimenticata: quella di Elio Petri e Gian Maria Volonté. La coppia artistica, attiva dal 1967 con A ciascuno il suo fino al 1976 con Todo modo, vanta un totale di cinque film, tutti caratterizzati da un fortissimo impegno politico e sociale, che diventa ancora più lampante se si considera il periodo di lotte armate e attentati (i cosiddetti “anni di piombo”) in cui furono girati. In linea con le parole di Rossellini, secondo il quale il cinema deve essere in primis uno strumento educativo, i film del binomio Petri-Volonté hanno la valenza di libri di storia dai quali le nuove generazioni possono attingere per rendersi conto delle vicissitudini e degli scontri (armati e non) che il nostro Paese ha attraversato dal boom economico a oggi.

La classe operaia va in paradiso (1971) è uno degli esempi più riusciti del valore artistico e sociale espresso da questa coppia. Vincitore del Grand Prix al Festival di Cannes del 1972, la pellicola è un’analisi attenta e libera da ogni preconcetto partitico (cosa assai difficile per quegli anni) delle condizioni della classe operaia nelle fabbriche italiane durante gli anni ‘70. Partendo da una forte critica al concetto marxista di alienazione, Petri racconta le vicende dell’operaio Ludovico Massa (detto Lulù), interpretato da Gian Maria Volonté: stacanovista indefesso coccolato dai padroni, in seguito a un incidente sul luogo di lavoro prende coscienza della propria condizione di schiavitù e tenta in tutti i modi di ribellarsi. Girato per la maggior parte in ambienti chiusi per trasmettere la sensazione di prigionia a cui il protagonista è sottoposto, La classe operaia va in paradiso spiega come il capitalismo industriale fordista di cui ogni operaio rappresenta un ingranaggio (da qui il nomen omen “massa”) influisca su ogni aspetto della vita dei lavoratori. Dopo la fabbrica, infatti, il secondo ambiente in cui Petri porta lo spettatore è la casa. Qui, circondato dalla costante luce bluastra della televisione, Massa vive insoddisfatto la propria vita di coppia con Lidia (interpretata da una formidabile Mariangela Melato): “È questa è vita?” si chiederà disperato Lulù durante uno dei tanti consigli di fabbrica.

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L’aspetto più forte e provocatorio della narrazione è la constatazione di come il protagonista,  e quindi di tutta la classe operaia, non abbia alcuna via di scampo dal proprio malessere fisico e psicologico, né con l’aiuto dei sindacati, né con quello dei movimenti studenteschi extraparlamentari, ambedue criticati aspramente nella pellicola: secondo Petri, l’unica possibilità di fuga dalla prigione della modernità è la pazzia. A spezzare infatti il ritmo fabbrica-casa vi è un terzo ambiente che Lulù è solito frequentare: il manicomio in cui è rinchiuso il Militina (interpretato da Salvo Randone), ex collega di Massa, invecchiato prima del tempo e impazzito a causa dei ritmi della fabbrica. Le visite di Lulù in manicomio, unico ambiente illuminato con luce naturale in tutto il film, sono un viaggio verso una liberazione esistenziale che, per quanto anomala, è l’unica via di scampo ai ritmi imposti dalla società.

Prendendo a piene mani dalle poesie di Delio Tessa, che più di quarant’anni prima di questo film analizzò il rapporto tra pazzia e modernità, Petri spiega come i matti siano gli unici che sappiano guardare “de là del mur”, citando appunto il poeta milanese: solo abbattendo questo muro le catene della produzione industriale saranno finalmente sciolte. È emblematico a tal proposito il sogno che Lulù racconta nel finale del film: il Militina, a forza di testate, fa breccia in quel muro disvelando una fitta nebbia in cui sono immersi il Militina stesso, Massa e tutti gli operai. Quel muro invalicabile dai “sani di mente”, solo una volta attraversato, potrà consentire alla classe operaia, ormai impazzita, di accedere finalmente al paradiso.

Andrea Mauri