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Film cult degli anni ’90 che ospita icone del grande cinema tra cui Brad Pitt, Tom Cruise e una giovanissima Kirsten Dunst
, Intervista col vampiro racconta le vicende legate all’intervista di un giovane reporter (Christian Slater) al misterioso vampiro Louis (Brad Pitt), che inizierà a narrare la sua storia, incominciata ben duecento anni prima.

Insieme al Dracula di Bram Stoker di Coppola (1992), Intervista col vampiro rappresenta uno spartiacque tra la vecchia e la nuova concezione dell’entità vampiresche, ora viste come creature sensuali e dal fascino lussurioso. Un immaginario agli antipodi del canone stabilito da Nosferatu di Murnau (1922), capolavoro del cinema horror, in cui il vampiro appariva grottesco tanto nell’aspetto quanto nell’animo. Il fascino dei “nuovi” vampiri contemporanei si fonda su una nuova proporzione: più sono spietati, più sono attraenti. Bellezza e immortalità diventa così un binomio che si cristallizza nel cinema hollywoodiano.

Attraverso il racconto in prima persona, Neil Jordan mantiene un tono intimo e confidenziale, da cui traspare il dramma del protagonista, in perenne conflitto fra sentimenti umani e indole da vampiro. Louis, infatti, convive da sempre con il senso di colpa conseguente agli omicidi che è costretto a commettere per poter sopravvivere; sentimento tormentoso assente, invece, nel suo mentore Lestat (Tom Cruise), che sembra non avere rimorsi e vivere senza crucci la sua vita da essere immortale.

Il concetto stesso di immortalità viene presentato da Jordan secondo un’accezione negativa: la vita eterna non è vista come un privilegio, ma come una condanna a vivere un destino che si ripete sempre uguale a se stesso, intrappolato in un loop che priva di significato la stessa esistenza. Claudia (Kirsten Dunst) è l’esempio lampante di questa concezione: adottata dal disfunzionale duo formato da Louis e Lestat dando origine a una dissacrante parodia del nucleo famigliare, Claudia, capricciosa e spietata, nasconde una profonda sofferenza causata dalla sua condizione di eterna bambina. Le riflessioni sulle singole esistenze rimandano al senso di ineluttabile decadenza dovuto alla fine di un’epoca e ben rappresentato dal lento ritmo pellicola, ulteriormente amplificato da una fotografia malinconica che alterna la Parigi del XIX secolo a una moderna San Francisco.

Giada Portincasa