Basandosi su un loro cortometraggio del 1997 dal titolo omonimo , Paolo Genovese e Luca Miniero nel 2002 dirigono il tragicomico Incantesimo napoletano. La storia è davvero bizzarra; a introdurla è una vecchina con i capelli bianchi e l’accento milanese: il suo nome è Assunta (Clelia Bernacchi), è napoletana di nascita e dichiara di non aver mai vissuto in nessun altro posto che non fosse partenopeo doc. E infatti è proprio qui che sta l’incantesimo, o la maledizione, della piccola Assuntina (Chiara Papa): nata da genitori napoletani e fierissimi di esserlo, fin da bambina chiama i genitori “mamy” e “papi”, detesta la cassata e il ragù degli zii, che stanno alzati tutta la notte per farlo “pippiare” (sbuffare, sobbollire) come si deve, ma ama il panettone e il risotto. Sogna un giorno di possedere una “fabbrichetta” e rimarrà incinta senza essere sposata, né sapere chi sia il padre, generando uno scandalo dietro l’altro, da Napoli a Torre Annunziata.

La pellicola gioca sull’esagerazione dei luoghi comuni sulla “napoletanità”, incarnata dai personaggi e dai luoghi del film. Il fatto che Assunta non riesca a parlare con l’accento napoletano ma parli piuttosto un perfetto milanese viene percepito da genitori, parenti, amici, conoscenti e persino dalla vicina di casa come una sorta malattia. Durante le scene ambientate per la città natale di Assuntina la macchina da presa indugia non poco sui volti di personaggi sconosciuti che guardano in camera con sguardo torvo, come se la diversità di Assuntina portasse sciagura a tutti quanti.

Ogni personaggio, infatti, è “napoletanissimo”, a cominciare da Gianni Aiello (Gianni Ferreri), il padre di Assunta. Presentato subito come un napoletano verace e vigoroso, fa il pescivendolo e ama andare con la sua barca per le acque del golfo di Napoli; è lui che più di tutti soffre per la “malattia” della bambina, finendo, lui sì, per ammalarsi veramente. Assuntina può confidarsi solo con la madre Patrizia (Marina Confalone), la perfetta mogliettina timorata che deve sempre dare ascolto al marito, perché in casa è l’uomo che comanda. Eppure, sarà lei l’unica a provare a capire la figlia e infine accettarla per quella che è. Il padre invece, come dichiarerà l’anziana Assunta, non si è mai arreso con lei, nonostante valessero a ben poco i suoi sforzi di preservare l’onore della famiglia.

Irriverente, esagerato, melodrammatico, Incantesimo napoletano si dichiara fin dal titolo un film beffardo nei confronti di tutti quei pregiudizi che in fondo sono tipici del sentire popolare italiano. Seppur ridicolizzati in questo modo, gli stereotipi non diventano mai inoffensivi e, anzi, emerge quanto possano condizionare la vita delle persone. Ma non di quelle come Assuntina, che riesce a vedere oltre le apparenze, a differenza di tutti quelli come Gianni che, seppur in buona fede, non riescono a vedere la vita sotto un’altra prospettiva che non sia la loro.

Giulia Crippa