Tra i monti albanesi al confine con il Kosovo persiste un rigido codice consuetudinario chiamato Kanun, un compendio di leggi dalle origini poco chiare che risponde a regole conservatrici e retrograde. Drammaticamente stridente la differenza di ruoli attribuiti all’uomo e alla donna, l’uno incaricato di ogni diritto, l’altra relegata a essere “un otre fatto per sopportare”. Il solo espediente per ovviare al diktat è svestire i propri panni per indossarne altri: le burrnesh o vergini giurate si coprono il seno, si vestono come maschi e giurano astensione da ogni tipo di rapporto sessuale. Traendo ispirazione dalla realtà e dall’omonimo romanzo di Elvira Dones, Vergine giurata (2015) di Laura Bispuri racconta della decisione di Hana (Alba Rohrwacher), diventata Mark in età adolescenziale, di ascoltare il proprio corpo: è arrivato il momento di essere risarcita dei danni subiti. Il pretesto antropologico che scala fin sopra le vette innevate della vita di Mark è fortemente attuale: l’ingiustizia c’è ancora oggi, resiste, e dimora tra villaggi e piccole comunità, dove un manipolo di vecchi saggi decide il corso del presente e dell’immediato futuro.

Al centro del film, una storia di emancipazione: ce la farà Mark ad abbandonare la terra natìa e a smettere camicia e pantaloni? Non è un caso che il Mark di Alba Rohrwacher abbia un corpo da cui traspare una femminilità ripetutamente negata e rifiutata, fino al punto di rottura con se stessa. Hana emerge per sottrazione, schiudendosi come un bocciolo, ma non c’è spazio per indulgenze, dolcezze e affetti: la sua scoperta della sessualità è scabra e priva di romanticismi. Un po’ come la città, dove tutto avviene con una velocità che non ammette tentennamenti né pause. Ai torrenti ghiacciati dei duemila metri, Mark sostituisce la repentina antitesi delle piscine artificiali per via della loro simbolica rivoluzione. Così come Figlia mia, secondo lungometraggio di Bispuri, anche Vergine giurata assorbe le umidità dei luoghirestituendo, sotto le sembianze di una persistente pioggerellina, le stille dell’autodeterminazione.

Agnese Lovecchio