Nei periodi di crisi, proprio come quello che stiamo vivendo durante l’emergenza Covid, le notizie, i media e le nostre conversazioni costituiscono stimoli continui che ci spronano a riflettere su cosa non funziona nella nostra società e come possiamo agire per ridefinirla, mettendo in discussione l’intero sistema di rapporti e dinamiche interpersonali a cui siamo abituati. Bisogna mettere tutto sulla bilancia dei valori e ricalibrarla, dando un peso adeguato a ogni singola persona che fa parte della nostra vita. D’altronde, è insita nella natura umana la tendenza a procrastinare, e lo stiamo facendo da decenni proprio con la decisione di ripensare una società che accumula problemi su problemi e ha raggiunto il punto di non ritorno. Sempre più spesso, infatti, questa rottura si manifesta con eventi drammatici e apparentemente imprevedibili: guerre, insurrezioni violente, suicidi, disastri naturali, stragi e pandemie non fanno altro che mettere in mostra l’“elefante nella stanza”, di cui nessuno parla finché qualche evento traumatico non ci costringe a farlo. Ecco, Gus Van Sant nel 2003 disegnava questo quadro della condizione della civiltà occidentale con grande lungimiranza: Elephant.

Il film riprende lo spettro dei temi solitamente trattati dal regista: inquietudini adolescenziali affrontate con uno sguardo adulto, che rivela i meccanismi di un mondo pregno di pulsioni. Elephant declina questi elementi in una storia corale, in cui le esperienze dei personaggi principali convergono verso un punto focale posizionato verso la fine del film. Prospettive sfaccettate e egualmente importanti con cui lo spettatore si immedesima tramite l’uso di soggettive e semi-soggettive che precedono o seguono il soggetto, e restituiscono in modo immediato, crudo e dissacrante la realtà della provincia americana e dell’imperfetta esistenza dei teenager che la vivono. Questo andamento narrativo si fa specchio dell’incedere delle nostre stesse vite: percorsi individuali, a volte dilatati nella solitudine, a volte confusi nel rumore di un gruppo, che incontrano o abbandonano quello di un altro individuo e procedono tutti parallelamente verso il punto di convergenza, che corrisponde a un evento dall’ampia portata – come la strage della Columbine descritta in Elephant, la caduta delle Torri Gemelle, una sparatoria su un’isola norvegese, lo sfondamento di una diga nel bellunese, o lo scoppio di un’epidemia globale. Sono questi gli avvenimenti che ci mettono spalle al muro, ci costringono ad adottare una prospettiva corale e a rispondere alle domande sull’agire di governi, organi decisionali, media e popolazione.

Eventi prevedibili ed evitabili adottando uno sguardo lungimirante, riflessivo e coraggioso. Eppure continuano ad accadere nella storia degli uomini. È questo che un film come Elephant, un lungometraggio su ragazzi qualunque di un liceo americano qualsiasi, vuole raccontare: una storia di vita quotidiana in cui il male non si preannuncia in alcun modo e si palesa nella quiete della normalità. Viene così smantellato il palcoscenico della finzione e prende forma uno scenario crudo e documentaristico fondato, oltre su un certo di stile di regia, anche su un casting particolare. Van Sant sceglie attori dall’estetica anticonvenzionale, non famosi né impostati, persone ideali per interpretare gli antieroi della storia. Così, si vede la paura di Michelle nonostante i suoi tentativi di nasconderla. Si vede il pianto di John, che dischiude le porte della sua vulnerabilità rivelando una profondità che va ben oltre la sua presenza pubblica da ragazzo spensierato e positivo. Si vedono le interazioni umane di Alex, da cui traspare un lato sensibile e una predisposizione artistica ancora nascosta.

Ai personaggi viene persino dato lo stesso nome dei rispettivi interpreti (senza cognome), così da formare una comunità credibile e affiatata, che rispecchia le dinamiche della società in senso lato: entrambe intrinsecamente condannate alla catastrofe dalle loro stesse crepe. Un intento critico, politico e cronachistico da cui viene eradicata ogni implicazione moralistica, che porta a riflettere lo spettatore sulle sbavature comportamentali proprie e della società di cui fa parte, spingendolo a fare un passo indietro e adottare una visione complessiva. Al termine – e dopo un processo di elaborazione -, il film lascia molti quesiti amari in fermentazione, facendosi amplificatore della nostra posizione etica e chiamandoci in causa, proprio come ogni volta che ci troviamo di fronte a eventi terribili su larga scala, nei confronti dei quali dobbiamo prendere una posizione.

Andrea Santini