“La fame viene e scompare, ma la dignità, una volta persa, non torna più indietro”. Queste le parole di nonno Kuzja, anziano capo di una comunità di criminali siberiani trapiantati in Transnistria. Sembra  paradossale sentire un criminale parlare di dignità, eppure il film di Gabriele Salvatores Educazione siberiana, tratto dall’omonimo libro (pubblicato per la prima volta in Italia ed edito da Einaudi) di Nicolai Lilin, parla proprio di “criminali onesti”.  In questo sintagma ossimorico, l’aggettivo potrà far storcere il naso oppure strappare un sorriso: la figura del criminale è infatti associata a uno stile di vita che oscilla tra la dissolutezza e la mancanza di morale, ma nonno Kuzja è proprio con queste due parole che si definisce.

Ebbene, i criminali siberiani, da ancora prima della generazione di nonno Kuzja fino ad arrivare a quella del nipote Kolyma (vero protagonista del film e del libro), si definiscono criminali con autocoscienza e con la stessa autocoscienza affiancano a questa categoria un attributo di onestà. Nonostante la trama del film di Salvatores si discosti in più punti da quella originale del libro, questo ossimoro rimane proprio perché è su questa onestà, su questi rigidi principi etici e morali che si fonda la comunità criminale siberiana. Uno stile di vita assolutamente non convenzionale, che fa dell’anarchia nei confronti del governo e delle istituzioni il perfetto contrappeso a una rigidissima morale cristiana votata all’aiuto reciproco, alla difesa dei più deboli all’interno della comunità e al reciproco rispetto. E, soprattutto, l’ostentazione della ricchezza è vista come un immenso peccato. Insomma, un calderone di dogmi che, nonostante alcuni si trovino in forte contrasto tra loro, ritrovano una propria struttura fondante e quasi armonica.

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Se ci si avvia a un paragone tra l’opera di Lilin e la rivisitazione di Salvatores, il risultato sarà probabilmente quello di criticare l’opera del regista e la sua poca fedeltà alla storia originale. Critiche legittime finché si rimane nell’ambito della trama e, soprattutto, del finale – effettivamente sbrigativo – , ma che non tengono conto della rappresentazione del contesto e dei personaggi, perfettamente pertinente alla storia originale. Salvatores, infatti, riassume in modo molto sintetico il processo di formazione del giovane Kolyma – che occupava ben tre romanzi –, ma riesce a riproporre in modo molto acuto e attento la comunità criminale siberiana con tutti i suoi tratti caratteristici. Si pensi alla sequenza, non presente nel libro, in cui gli integerrimi giovani siberiani provano invano a ricondurre Gagarin ai valori della comunità: nonostante il tentativo risulti vano, è interessante l’indagine svolta dal regista per tratteggiare questi giovani, criminali ma fedeli alla morale e all’etica dei loro predecessori.

Pellicola profonda che richiede un’attenta valutazione, Educazione siberiana è un’occasione per affacciarsi a un mondo diverso dal nostro, in via d’estinzione, carico di contraddizioni ma anche di valori che si danno spesso per scontati, per poi cadere nell’oblio della nostra soffocante società individualista contro la quale questi anarchici e integri criminali da sempre combattono.

Andrea Passoni