“Vengo, ci vediamo là. No, non mi va non vengo” è la battuta di Ecce bombo che tutti ricordiamo. Un dilemma che ci attanaglia ogni venerdì sera: “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte, o se non vengo per niente?”. Perché, alla fine, ciò che realmente conta non è sentirsi annoiati o sdegnati, ma apparire tali di fronte a tutte quelle attività che le persone comuni apprezzano, come andare a ballare, organizzare una vacanza e, in generale, divertirsi con leggerezza.

Michele e i suoi amici sono ragazzi di Roma reduci dal ’68 e dai tempi delle occupazioni studentesche, ora stufi di una vita piatta e inconcludente, che da anni si lamentano passivamente della loro situazione nello stesso baretto del quartiere. Tra esami in università e lavoretti saltuari, decidono di riunirsi in una sorta di cenacolo dove poter esprimere le loro riflessioni esistenzialistiche, nel tentativo di trovare il proprio posto nella società. Ma finiscono immancabilmente col non trovare alcuna soluzione e crogiolarsi nelle loro lamentele senza scopo.

Dietro alla retorica del “giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose” e del filosofeggiare vuoto, fine a se stesso, emerge il gusto squisitamente metacinematografico del film: Michele che cita apertamente Nessuno mi può giudicare (Ettore Maria Fizzarotti, Italia, 1966) mentre viene buttato fuori da un bar e, in generale, i personaggi recitano in modo straniato, con sguardi in macchina, pensieri a voce alta, prove delle battute per trovare il tono migliore.

Il film, diretto da Nanni Moretti, uscì nel 1978, nel pieno di tensioni politiche e sociali in Italia. All’interno di questo clima Nanni Moretti pone una questione che sussite ancora oggi: il confine tra un atteggiamento critico nei confronti dell’approccio alla vita dei propri coetanei e l’ostentazione di un intellettualismo fine a se stesso è davvero sottile. Lo era ieri e lo è ancora oggi.

Giulia Crippa