Acclamato dalla critica mondiale, Carol è il melodramma firmato nel 2015 da Todd Haynes che sviscera la relazione tormentata tra Carol (Cate Blanchett) e Therese (Rooney Mara). La delicatezza sfrontata con cui il film racconta questo amore e la colonna sonora malinconica ed emotiva sostengono l’anima del film, tra conflitti e commozioni che culmineranno in un finale intimo e potente. E il centro attorno a cui ruota questa dinamica è costituito corpi delle due donne, scavati da primissimi piani carichi di una disinibita carica erotica, che ora illuminano, ora rabbuiano il loro rapporto.

Un approccio stilistico estremamente contemporaneo e attuale, che viene completato dalle due protagoniste: l’omosessualità non è mai considerata una componente essenziale del film, ma una semplice caratteristica variabile che non rende in alcun modo “diversa” questa storia d’amore. L’amore stesso, la cura dell’altro, il sacrificio per l’altro e la paura dell’abbandono sono infatti i nuclei tematici del racconto, universali e inclusivi. In questo senso Carol segna un passaggio chiave nel cinema di genere romantico, e Todd Haynes l’ha capito benissimo: Carol restituisce tutta l’autenticità e la bruttezza – per dirla alla Eco – del sentimento tra due essere umani. Lo stereotipo non viene annullato o confutato, semplicemente non viene proprio considerato.

Carol racconta un amore singolarmente diverso, proprio perché figlio di tutti gli altri, e fa del sentimento tra Carol e Therese una delle tante sfumature dello stesso colore. Non c’è etichetta, non c’è contrassegno, non c’è, appunto, stereotipo, ci sono soltanto i due cardini di cui parlava Cechov: un racconto ha sempre due poli, lui e lei; o lei e lei, o lui e lui; poco importa.

Davide Spinelli