“Butta fuori i tuoi pensieri o finiranno per ucciderti”. Nessuno si sarebbe mai aspettato che Marracash – proprio quello che cantava Scooteroni – avrebbe deciso un giorno di dedicare un album intero a Persona (1966) di Ingmar Bergman. Quali potevano mai essere i punti di contatto tra il figlio di due immigrati siciliani nella Barona di Milano che parla di street culture e le analisi esistenzialiste di un regista svedese? A quanto pare hanno molti più punti in comune di quanti ne potessimo immaginare, anche perché i riferimenti al lavoro di Bergman vanno ben oltre la citazione posticcia a cui farebbe pensare la copertina.

Entrambe le opere sono nate dal dolore. Per Marra è quello di tre anni di silenzio fatti di relazioni tossiche, depressione e crisi creativa, che lo hanno bloccato sul letto di un analista prima che fosse in grado di tornare in studio. Per Bergman era quello dovuto a una polmonite quasi fatale che l’ha costretto al ricovero e all’incontro con Liv Ullman (la futura Elizabeth di Persona), introdottagli da quella che sarà l’attrice protagonista di Persona, quella Bibi Andersson che aveva già collaborato in passato insieme a lui e con la quale aveva avuto una relazione d’amore. Fu in quel periodo che Bergman concepì l’idea del suo film più dibattuto.

Ed è proprio il volto in primo piano delle due attrici – così simili e simmetrici – il motivo ricorrente del film. Volti mostrati, svelati, accarezzati dalla macchina da presa e dalla fotografia di Sven Nykvist, proprio come dal bambino delle sequenze iniziali del film, alla ricerca dell’intimo mistero che custodiscono. I visi delle due protagoniste si sovrappongono e si scambiano continuamente all’interno dei frame, inquadrati con primi piani che rompono la distanza tra lo schermo e lo spettatore, rivelando in modo semplice ma scioccante ogni minimo fremito emotivo dell’attore e ogni dettaglio della psiche del personaggio. Un’indagine esistenziale che raggiunge l’apice nell’iconica inquadratura che unisce i volti delle due attrici creandone un terzo tremendamente umano e spaventosamente alieno allo stesso tempo. Per i latini il termine “persona” serviva a indicare la maschera indossata dagli attori a teatro e l’ossessione di Bergman si allinea a questo significato: l’uso insistito del primo piano esplicita l’interesse del regista per la maschera più che per quello che c’è al di sotto. Perché è su questa superficie che il mondo interiore di un individuo si riflette per venire percepito dall’esterno, e il regista vuole proprio indagare l’interazione tumultuosa tra questi due livelli.

Per Pirandello e Jung, la “persona” è il volto che ciascuno mostra agli altri, una sorta di messinscena per esercitare una certa impressione su chi lo circonda e, allo stesso tempo, nascondere quella che è la vera natura dell’individuo. Partendo da questo assunto, Bergman mette in scena la tragedia insita “nell’abisso tra ciò che sei per gli altri e ciò che sei per te stessa”, riflettendo sul concetto di identità come menzogna che diciamo agli atri su noi stessi. Lo stesso Bergman era un mentitore seriale – lui stesso si definiva“un talentuoso bugiardo” -, al punto che non si sa bene quanto le storie che raccontava sulla sua infanzia tormentata fossero vere o meno – in questo senso il documentario Bergman 100: la vita, i segreti, il genio (2018) di Jane Magnusson prova a ricostruire una versione veritiera attraverso il confronto delle sue interviste con quelle del fratello. Ma, in ultima analisi, le incongruenze sono attribuibili alla specificità di Bergman in quanto persona: un raffinato narratore che conosce il potere del linguaggio e la sua capacità di rivelare e nascondere allo stesso tempo, così come nel film accade ad Alma, che alternativamente si confessa e si nasconde alla sua interlocutrice.

Un meccanismo di difesa rappresentato simbolicamente dalle immagini di muri e cancellate nella sequenza onirica che apre il film, che si fanno metafore delle barriere innalzate da ciascuno di noi tra il sé e il mondo. Persona è allo stesso tempo il tentativo di superare quel muro e di vedere ciò che vi viene proiettato . Come ha avvertito Susan Sontag, infatti, è impossibile analizzare il film senza considerare la sua volontà di riflettere su sé stesso anche in quanto film, ovvero un discorso che pretende di restituire l’essenza della realtà, ma non è altro che solo un’altra rappresentazione, un’altra menzogna. Non a caso Bergman apre e chiude il racconto con l’accensione di un proiettore cinematografico e mostra spesso la pellicola torcersi e dilaniarsi come la psiche dei suoi personaggi.

Ecco che Bergman e Marracash finiscono per incontrarsi. La natura auto riflessiva del film caratterizza anche ogni traccia dell’album del “king del rap”. Persona è come un’opera “Marracash featuring Marracash” (Body Parts), una battle tra Fabio e Marra, il suo Io e la sua “persona”. Esattamente lo stesso processo messo in scena dal film: solo interiorizzando lo sguardo di un giudice silenzioso per instaurare un rapporto onesto con se stessi e condurre una vita davvero libera.

La risposta alla domanda “Da dove vengo io tutto è truffa / e se fossi una truffa anche io?” (Qualcosa in cui credere), non può che emergere da un confronto, guardandosi negli occhi e provando la vertigine di poter essere una persona diversa – come nell’iconica inquadratura del film – per poi tornare nei propri panni. Ma non è un percorso facile: come Alma, anche Marra passa attraverso le strazianti confessioni a cuore aperto di Qualcosa in cui credere e Tutto questo niente alla rabbia violenta di Sport e Da buttare, per poi arrivare a quel “Sonno della ragione” (Quelli che non pensano), un adattamento contemporaneo delle immagini di Bergman del ghetto di Varsavia o del sacrificio dei monaci Vietnamiti.

L’autoanalisi di Persona è come una lente d’ingrandimento – per rubare una metafora a Tutto questo niente. Come le gigantografie dei volti che Bergman mostra all’inizio e alla fine del film, questo processo può far sentire potenti ma allo stesso tempo inferiori rispetto a propri difetti e oscurità. In una società in cui i confini tra cultura “alta” e cultura “bassa” si intersecano continuamente, ogni oggetto culturale può essere manipolato per creare nuovi significati e nuovi discorsi, sancendo una democrazia culturale a cui tutti possono accedere.

Francesco Cirica